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	<title>Appunti a margine &#8211; Chiara Solerio servizi editoriali</title>
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	<description>Valutazione di inediti, Editing e Consulenza narrativa</description>
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	<title>Appunti a margine &#8211; Chiara Solerio servizi editoriali</title>
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		<title>Un romanzo può cambiare la vita?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Apr 2021 16:44:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti a margine]]></category>
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					<description><![CDATA[Questo articolo è stato ispirato da un interessante confronto avvenuto su Facebook qualche settimana fa con lo scrittore Giovanni Venturi, che ha posto un interessante quesito.  La lettura di un romanzo può cambiare la vita?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>Un romanzo può cambiare la vita?</h1>
<p>Questo articolo è stato ispirato da un interessante confronto avvenuto su Facebook qualche settimana fa con lo scrittore Giovanni Venturi, che ha posto un interessante quesito.</p>
<h3><strong> La lettura di un romanzo può cambiare la vita?</strong></h3>
<p>Giovanni, ingegnere prestato alla narrativa e autore di numerosi romanzi, ha analizzato la questione sul piano razionale. Secondo lui un’opera di pura finzione non può innescare una rivoluzione di così ampia portata nell’esistenza di un essere umano, per tutta una serie  di motivazioni che non posso riassumere in questa sede perché mi dilungherei troppo. Se lo vorrà, lo farà lui nei commenti.</p>
<p>Altri suoi followers invece nutrivano una visione più romantica: se un romanzo ci aiuta ad ampliare le prospettive e a riflettere su noi stessi, può smuovere un macigno nel cuore di una persona e spingerla ad azioni inaspettate. Quindi, sì: per loro un romanzo può cambiarci la vita.</p>
<p>Io, che per natura tendo a rifuggire ogni posizione estrema, ho ragionato a lungo sulla questione e sono giunta alle mie conclusioni. Per poterle spiegare al meglio, è prima necessario chiederci:</p>
<h2><strong>COSA SIGNIFICA CAMBIARE VITA? </strong></h2>
<p>Perdonatemi se ho deciso di reinterpretare in chiave filosofica un concetto che appartiene al mondo scientifico, ma non riuscirei a rispondere a questa domanda in nessun altro modo.</p>
<p>Avete mai sentito parlare di <strong>salto quantico</strong>?</p>
<p>Per la fisica, il salto quantico è <u>il passaggio immediato e discontinuo di un sistema da uno stato a un altro</u>. Non c’è una condizione intermedia e non c’è bisogno di un intervallo di tempo affinché il cambiamento abbia luogo: accade e basta. E, quando accade, non si può più tornare indietro.</p>
<p>Ecco: per me cambiare vita significa fare un salto quantico, ovvero innescare una rivoluzione così profonda nella propria psiche o nel proprio stile di vita da rendere impossibile qualunque cambiamento a ritroso.</p>
<p>Spesso si ha l’impressione che queste trasformazioni avvengano da un momento all’altro.</p>
<p>Per mesi, magari, accusiamo la vita di essere mediocre e banale. Poi, in un pochi minuti la nostra intera esistenza viene messa a soqquadro da una telefonata, da un incontro sul treno o da un’offerta di lavoro.</p>
<p>Oppure, ci sembra  che ogni nostro sforzo sia destinato al fallimento finché non veniamo notati dalla persona giusta, o finché non ci viene l’illuminazione, il lampo di genio che ci fa creare qualcosa di unico.</p>
<p>Pensate, per esempio, al nerd che diventa milionario con la sua start-up, all’autore esordiente che vende milioni di copie o al calciatore che dopo aver passato anni in panchina fa una stagione eccezionale.</p>
<p>“Ma da dov’è uscito questo?”, ci domandiamo. “Certo che ha avuto un gran culo”, aggiungiamo, nel tentativo di spiegare un successo che sembra essersi manifestato in pochi minuti.</p>
<p>Ci piace tanto, del resto, parlare di eventi improvvisi.</p>
<p>Ma lo sono davvero?</p>
<p>Io non credo. Improvvisa, per me, è solo la manifestazione concreta del cambiamento. Esso però viene preparato per mesi, se non addirittura per anni, a un livello invisibile, in certi casi inconscio.</p>
<p>Chissà quante  bozze avrà buttato l’autore nel cestino, prima di scrivere il romanzo della vita. Chissà quanti allenamenti sotto la pioggia avrà dovuto sostenere il nostro goleador. E chissà quanta insoddisfazione ha accumulato quella persona che un bel giorno ha deciso di licenziarsi per girare il mondo in autostop…</p>
<p>Anche cambiamenti che all’apparenza non dipendono da noi, come un colpo di fulmine o una vittoria al Superenalotto, sono in un certo senso attratti dall’ inconscio. Ogni nostra azione ed emozione infatti, consapevole o inconsapevole che sia, risuona con ciò che siamo o con ciò che ancora non sappiamo di essere. Siamo noi, quindi, a creare buona parte di ciò che ci capita. Anche ciò che non ci piace.</p>
<p>Molti non credono che la mente possa condizionare la realtà, ma io sì.</p>
<p>La mente continua a lavorare anche quando il mondo fuori sembra immobile. E crea energia. E dà forma al nostro mondo. Non ce ne rendiamo conto, perché è così comodo, a volte, sentirci vittime. In realtà, pur essendo all’apparenza imprigionati nel nostro dolore e nelle nostre routine, continuiamo a compiere piccoli, impercettibili passi che ci avvicinano al punto X, il punto oltre il quale niente sarà più come prima.</p>
<p>Desideri e obiettivi sono semi che piantiamo nella nostra testa. Possiamo innaffiarli con pazienza ogni giorno, oppure lasciarli crescere spontaneamente, ma in ogni prima o poi daranno i loro frutti. E più intensa sarà l’energia mossa nel periodo di stasi, più rapida sarà la loro manifestazione concreta.</p>
<p>Quindi nulla, per me, avviene all’improvviso. Nulla può risvegliarci dal torpore, se la nostra mente non è predisposta ad accogliere ciò che arriverà. Siamo noi a creare il salto quantico, non il destino o qualche entità soprannaturale. Però, affinché esso avvenga, <strong>dobbiamo innanzitutto desiderarlo</strong>.  E poi, quando il cambiamento arriva, dobbiamo essere in grado di assecondarlo senza opporre resistenza. Se abbiamo paura, se mentiamo a noi stessi, l’opportunità di evolvere ci passerà accanto, e noi la lasceremo andare. Così, continueremo a piangere miseria per chissà quanti anni ancora.</p>
<h2><strong>QUINDI, UN ROMANZO può CAMBIARE LA VITA?</strong></h2>
<p>Alla luce di quanto scritto prima, un romanzo, secondo me, è insufficiente per generare il salto quantico.</p>
<p>Nessun libro, nessuna canzone, nessun film può cambiare una persona.</p>
<p>Però, può portare alla luce ciò che è latente, aumentare il livello di consapevolezza individuale, muovere una riflessione, generare un desiderio o accendere la scintilla di un nuovo progetto.</p>
<p>In poche parole, può agevolare il lavoro invisibile e contribuire ad avvicinare una persona al punto X.</p>
<p>Ogni giorno noi riceviamo migliaia di messaggi che potrebbero avere un impatto sulla nostra esistenza. Ci arrivano dai libri, dai film, dalle canzoni, persino dalle targhe delle auto o dalle insegne dei negozi.</p>
<p>La maggior parte di questi segnali però non viene colta, né elaborata.</p>
<p>Oppure, ci si rimugina a lungo, senza riuscire a passare all’azione.</p>
<p>Quindi, nemmeno la lampadina che un romanzo può accenderci nella testa è sufficiente per cambiare. Se vogliamo che i nostri buoni propositi non rimangano pura astrazione, dobbiamo compiere un passo ulteriore. Dobbiamo agire. Altrimenti non ci sarà mutamento. Non ci sarà crescita.</p>
<p>Tutto dipende ancora una volta da noi e dal nostro libero arbitrio.</p>
<p>Personalmente credo che il più grande ostacolo al cambiamento sia la <strong>zona confort</strong>, l’equilibrio comodo (per quanto a volte soffocante) di ciò che conosciamo, ciò a cui rimaniamo attaccati anche se non ci piace.</p>
<p>Cambiare vita quindi significa, per prima cosa, avere il coraggio di uscire dal proprio recinto e assumersi la piena responsabilità di tutto ciò che potrà arrivare dopo. Questo è il vero salto quantico.</p>
<p>Tutto il resto, sono solo bellissime parole.</p>
<h3><strong>In sintesi: un romanzo può cambiare la vita? </strong></h3>
<p>Secondo me un romanzo <strong>non </strong>può creare un cambiamento nella vita di una persona, così come non può una canzone, un viaggio o un incontro speciale. Però può agevolare un cambiamento già in atto e aiutare la persona a compiere qualche passo fuori dalla propria zona confort.</p>
<p>In poche parole, se tu leggi un libro che parla della Svezia, e poi decidi di visitare la Svezia, la decisione è stata tua. Sei tu che hai comprato il biglietto. Sei tu che hai preso l’aereo. Sei tu che sei atterrato a Stoccolma. E se magari, nel corso del tuo viaggio, hai conosciuto il grande amore, non è stato merito del libro, ma merito tuo, che hai predisposto il tuo cuore ad accoglierlo. Le circostanze esterne, infatti, possono agevolare il nostro percorso, ma la decisione ultima spetterà sempre e soltanto a noi.</p>
<p>Io la penso così.</p>
<h3><strong> E voi pensate che un romanzo possa cambiare la vita?</strong></h3>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Come sono diventata editor</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Mar 2021 17:23:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti a margine]]></category>
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					<description><![CDATA[Come sono diventata editor Negli ultimi giorni un paio di persone mi hanno domandato come sia diventata editor e come faccia a barcamenarmi in un settore che al giorno d’oggi offre ben poche garanzie. Raccontare la mia storia è stato utile, perché mi ha consentito di focalizzare il mio percorso e di comprendere come intenda&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>Come sono diventata editor</h1>
<p>Negli ultimi giorni un paio di persone mi hanno domandato come sia diventata editor e come faccia a barcamenarmi in un settore che al giorno d’oggi offre ben poche garanzie. Raccontare la mia storia è stato utile, perché mi ha consentito di focalizzare il mio percorso e di comprendere come intenda muovermi in un futuro a breve e a lungo termine. Perché, quindi, non condividerla anche qui?</p>
<h2><strong>EDITOR NEOLAUREATA</strong></h2>
<p>Nel 2007 conseguii la Laurea Specialistica in Teorie e Tecniche della Comunicazione Mediale e venni assunta nell’Ufficio Stampa di un’importante azienda milanese. Il lavoro mi piaceva, l’ambiente era giovane e stimolante, tutto mi faceva pensare che davanti a me potesse esserci un brillante futuro. Avevo un contratto a tempo determinato di sei mesi, che poi fu rinnovato di altri dodici mesi. Dopo la seconda scadenza avrebbero dovuto assumermi a tempo indeterminato, oppure lasciarmi a casa, ma fino a poco prima tutto faceva pensare a un happy end: sia l’azienda sia i colleghi erano molto contenti di me.</p>
<p>Invece arrivò la crisi economica.</p>
<p>Cioè, c’era già, ma come è avvenuto per tutte le catastrofi inaspettate (lo stiamo vivendo anche adesso con il Coronavirus) all’inizio non si sapeva come gestirla, quindi ci si perdeva in un mare di “vediamo”, “dobbiamo capire”, “aspettiamo che l’AD prenda una decisione”. E la decisione fu quella di bloccare tutte le assunzioni. E la decisione fu anche quella di mettere in cassa integrazione un bel po’ di gente, in una città che si stava preparando per l’Expo, una città che avrebbe dovuto essere il traino di una nuova rinascita. Invece quella città, la città di M., si rivelò il regno dello sfruttamento indiscriminato.</p>
<p>Gli anni tra il 2009 e il 2012 furono quelli delle collaborazioni occasionali e dei contratti a progetto. Mi muovevo continuamente tra Milano e Sanremo, trascorrevo due mesi qui e tre là, a seconda di dove fosse il mio lavoro. Quindi non solo non potevo mettere radici, ma ogni attività extra-professionale mi era preclusa. Che senso avrebbe avuto, infatti, iscrivermi in palestra o a un corso di scrittura? Sarebbe bastata una telefonata per farmi mollare tutto. La maggior parte dei contratti, per fortuna, erano in un settore coerente con il mio percorso di studi (lavorai in alcune case editrici, nella redazione di un settimanale, in un’agenzia di comunicazione) ma spaziai anche in altri ambiti, alcuni dei quali mi rivelarono nuovi lati di me e della mia personalità. Per un anno, per esempio, fui coinvolta in alcuni seminari di Comunicazione e Scrittura Creativa nelle scuole superiori della provincia di Imperia, e in quel frangente scoprii che <strong>insegnare mi piaceva tantissimo</strong> e che so comprendere le persone oltre le apparenze e creare con loro un contatto reale. Ancora oggi cerco di valorizzare quelle qualità, che rendono più semplici i miei rapporti con gli altri.</p>
<p>Mi sarebbe piaciuto moltissimo ripetere l’esperienza delle scuole. Peccato che poi la Provincia bloccò i fondi, e l’anno successivo dovetti ricominciare un nuovo ciclo. Tornai a Milano e ripresi a prestare collaborazioni qua e là. Ricoprii addirittura una mansione commerciale, per la quale mi sentivo negata: troppa strategia, troppa finzione. Infatti, durò solo un paio di mesi.</p>
<p>Pur essendo una persona che, come tutti i creativi, sa adeguarsi a ritmi di vita flessibili, la precarietà non mi piaceva. Avevo un fidanzato, desideravo convivere, fare progetti a lungo termine. Il posto fisso sembrava ai tempi l’unica soluzione praticabile ma, poiché il settore dell’editoria e della comunicazione stavano affondando in una palude, per potermi sistemare sul lungo periodo dovevo necessariamente cercare altrove. incominciai così a inviare curriculum a tappeto. E fui contattata da un’importante azienda di Imperia, che mi offrì un lavoro impiegatizio molto distante da ciò che mi piaceva fare, ma che accettai con gioia, convinta di essermi sistemata per sempre. Povera illusa.</p>
<blockquote><p><strong>Se sei interessato alla scrittura prova a leggere &#8220;<a title="edito" href="https://www.chiarasolerio.it/editor-rapporto-con-autori/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Editor rapporto con gli autori</a>&#8220;</strong></p></blockquote>
<h2><strong>EDITOR PER HOBBY</strong></h2>
<p>Voglio evitare adesso di raccontare nel dettaglio cosa accadde tra il 2012 e il 2017. Quei cinque anni rappresentano un enorme buco nero nella mia esistenza, e non li ricordo volentieri. Posso solo dire però che, per una serie di circostanze avverse, tutte legate al lavoro, arrivai a mettere in discussione  persino la mia identità, persi 13 kg (pur non essendo mai stata sovrappeso) e finii per ammalarmi di depressione.</p>
<p>Io, che sono la persona più solare del mondo, non avevo più una ragione per alzarmi dal letto.</p>
<p>Dopo un lungo percorso di psicoterapia compresi che un pesce non può sforzarsi di arrampicarsi sugli alberi. Può metterci tutta la buona volontà del mondo, ma prima o poi dovrà accettare che quello non è il suo terreno d’elezione, altrimenti passerà il resto della sua vita a sentirsi inadatto, manchevole. Adeguarmi a una realtà e a uno stile di vita che mi facevano soffrire era stato quindi un sacrificio inutile. Ero riuscita, per un po’, a far buon viso a cattivo gioco, ma poi ero stata costretta a guardare in faccia la realtà e a interrogarmi su quali fossero i miei valori, le mie ambizioni professionali, i miei obiettivi a lungo termine. Un’esistenza fondata esclusivamente sulla finzione, sul tentativo di rendersi diversi per essere accettati, non ha alcuno scopo. E io volevo averlo. Volevo rendermi utile a me stessa e alla collettività, seguire la mia reale vocazione. Una vocazione che, nonostante tutto, ho sempre conosciuto molto bene.</p>
<p>Non ho mai smesso di occuparmi di letteratura, nemmeno quando mi trovavo dentro il buco nero. Oltre a seguire il mio blog, Appunti a Margine, studiavo le tecniche narrative, scrivevo un lungo romanzo ora in attesa di revisione (i fedelissimi si ricorderanno del “Romanzo Dittatore”) e, soprattutto, editavo i libri degli amici. Gratuitamente. Per non perdere il contatto con ciò che ero davvero. Per vedere un po’ di luce anche nell’abisso in cui mi trovavo. Ed è da lì che decisi di ripartire, quando compresi che non ce la facevo più: decisi di ripartire dalla luce, da quel fuoco che non aveva mai smesso di brillare dentro di me.</p>
<blockquote><p><strong>Se hai scritto un libro ma hai bisogno che sia valutato da un professionista clicca su &#8220;<a href="https://www.chiarasolerio.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Consulente Editoriale</a>&#8220;</strong></p></blockquote>
<h2><strong>EDITOR DIMEZZATA</strong></h2>
<p>Io non sono una persona che prende decisioni impulsive. Quindi, dopo aver passato un mese in mutua per esaurimento nervoso, tra novembre e dicembre 2016, rimuginai ancora per un altro inverno. Dopo di che, valutando molto attentamente la mia situazione economica, decisi di chiedere il part-time. All’azienda, con personale in esubero, non sembrò vero, e me lo concesse nei giro di un mese. Tralasciamo il fatto che il mio capo si incazzò e mi fece un richiamo disciplinare basato sul nulla: anziché farmi desistere dal mio proposito, quell’ennesimo abuso mi convinse ancora di più della mia decisione di ripartire da zero.</p>
<p>Da tre anni e mezzo staziono in una di quelle situazioni ibride tanto cara al mio segno zodiacale, la Bilancia. Sono infatti riuscita a equilibrare i lati positivi delle mie “vite precedenti”: la flessibilità di orari e la passione del mio periodo precario, e la stabilità del posto fisso. La mattina, sto in ufficio. Il pomeriggio, a casa davanti al computer. Ho una doppia vita, quindi. Ma non mi dispiace poter far coincidere personalità, competenze e professione almeno per metà della giornata. Questa nuova condizione mi ha aiutato a ridimensionare tutto ciò che un tempo mi faceva del male. Non vedere più la mia esistenza risucchiata dai vampiri mi ha aiutato a chiudere un occhio su ciò che non mi piaceva dell’ufficio: del resto, ero lì solo per quattro ore, poi potevo tornare a casa e dimenticarmi di tutto. Inoltre, la mia nuova libertà di espressione, unita ai riscontri positivi di autori ed editori, mi ha donato fin dall’inizio una nuova sicurezza caratteriale. Oggi posso dire di non essere più un pulcino bagnato:  riesco a difendermi dagli attacchi, e a portare avanti i miei obiettivi in sostanziale serenità, grazie alla mia forza d’animo all’appoggio di chi mi stima.</p>
<p>Però, di recente ho sentito qualche scricchiolio, nelle mie scelte.</p>
<p>Nella mia vita si sono infatti verificati degli accadimenti che mi hanno portata a mettermi in discussione. Forse questa situazione ibrida non è l’atto di coraggio che credevo all’inizio, ma il frutto di una mia congenita incapacità di prendere posizioni decise ed estreme. Credo di essermi seduta un po’ sugli allori, rinunciando a quella che è sempre stata una prerogativa fondamentale della mia esistenza: <strong>un’inarrestabile e instancabile evoluzione della mia persona e del mio stile di vita</strong>, con lo scopo di stare sempre meglio, di essere sempre più utile a me stessa e alla collettività.  In poche parole, di rinnovarmi continuamente.</p>
<h2><strong>EDITOR DI DOMANI</strong></h2>
<p>I miei obiettivi professionali sono chiari e definiti, ma credo sia saggio scriverli qui.</p>
<p>L’unica cosa che posso dire è questa: <strong>intendo dare più corpo e struttura</strong> alla mia attività di editor, rafforzarla e potenziarla. E intendo rispolverare alcuni progetti, nel cassetto ormai da tempo.</p>
<p>Di una cosa sono certa: a breve cambierà qualcosa.</p>
<p>Quindi, stay tuned!</p>
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		<title>Gli scrittori non fanno cose utili</title>
		<link>https://www.chiarasolerio.it/gli-scrittori-non-fanno-cose-utili/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 17:04:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti a margine]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli scrittori non fanno cose utili La nostra epoca ha un rapporto complicato con la cultura. Non voglio addentrarmi ora nelle cause di questo disastro, altrimenti scriverei un saggio di sociologia, non un articolo sulla scrittura. Tuttavia noto che al giorno d’oggi si tende a denigrare ogni attività che non porti una monetizzazione immediata, o&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>Gli scrittori non fanno cose utili</h1>
<p>La nostra epoca ha un rapporto complicato con la cultura. Non voglio addentrarmi ora nelle cause di questo disastro, altrimenti scriverei un saggio di sociologia, non un articolo sulla scrittura. Tuttavia noto che al giorno d’oggi si tende a denigrare ogni attività che non porti una monetizzazione immediata, o che non offra un risultato materiale, visibile e tangibile. Si può quindi rispettare un medico, perché guarisce le malattie (mai come Google, però). Si può rispettare un ingegnere, perché costruisce strade. Ma gli scrittori? Gli operatori culturali? No. Loro sono feccia, per quelli che si autodefiniscono “laureati all’università della strada”, perché gestiscono un materiale di lavoro che non si può vedere, non si mangia, quindi è come se non esistesse. Oggi le persone cercano un piacere immediato. Tutto ciò che non strappa una risata come un video su youtube, o che non ha un’utilità pratica, è ritenuto un’attività di serie B. Ho sentito denigrare persino lo yoga: “non fa dimagrire, allora a cosa serve?”. A invecchiare bene. Come i libri. E scusatemi se è poco…</p>
<p>Un giorno, ho visto un adulto redarguire un bambino: “A cosa ti serve leggere? Non è che poi diventi uno snob?”. E io, che ho imparato a leggere a un anno e mezzo, sono inorridita. Perché, a pensarci bene, anch’io da ragazzina ero un po’ emarginata. Quella strana. Quella che scriveva i temi direttamente in bella copia per non perdere tempo a ricopiare, e riempiva quattro fogli protocolli in meno di due ore. Quella che in quinta superiore si era fissata che voleva arrivare all’esame di maturità con dieci di italiano, e ci riuscì. Al liceo classico. Però in matematica mi bastava un sei stiracchiato, che a volte diventava sette nelle ultime interrogazioni. Perché non ho mai ambito a diventare onnisciente. Mi basta dedicarmi a ciò che amo. Ai libri, all’arte, alla letteratura, devo tutto ciò che sono. E tutto ciò che so. E sono fiera, di ciò che sono, nonostante la mia ipersensibilità e il senso di inadeguatezza che ogni tanto mi stringe la gola. E sono fiera anche di ciò che so, per quanto sia poco rispetto all’immensità dello scibile umano. Ne sono fiera, perché rappresenta la base del mio essere. Tutti i miei comportamenti, i miei valori, le mie idee, le mie opinioni sul mondo dipendono da ciò che ho imparato in questi trentotto anni di vita: studiando, leggendo, interagendo con le persone, ascoltando le loro storie, viaggiando e prediligendo tutte le attività che potessero aiutarmi ad ampliare i miei orizzonti mentali. Soffro quindi parecchio, quando vedo che i miei sforzi non solo non sono compresi, ma addirittura vengono considerati il vezzo di una che “non ha un cazzo da fare”.</p>
<h3>Sì, mi hanno detto anche questo.</h3>
<p>Per onestà intellettuale, devo ammettere che chi mi rispetta c’è. In ambito editoriale, non ho mai avuto particolari problemi. Nel corso degli anni mi sono confrontata con diversi scrittori affermati o emergenti, preparati quanto o anche più di me: mai nessuno di si è rifiutato di seguire un mio consiglio editoriale, perché spesso mostravo errori dei quali non si erano resi conto. Altre volte, li spingevo a riflettere su aspetti della loro opera che non avevano considerato. A volte c&#8217;erano punti di vista diversi, ma se ne discuteva, sempre nel rispetto della professionalità dell&#8217;altro, che veniva considerata un dato indiscutibile. Negli altri settori, invece, il rispetto dipende dall’intelligenza e dalla profondità di chi ho di fronte. Ho lavorato, e ancora lavoro, con diversi tecnici (ingegneri, architetti… quelli che fanno cose utili, insomma!) agenti immobiliari e professionisti di vario tipo, scrivendo per loro o con loro. La maggior parte delle volte si è trattato di esperienze professionali positive perché, a prescindere dal livello gerarchico, queste persone riconoscevano la mia esperienza in un ambito che non era di loro competenza. Unendo le teste, a volte venivano fuori risultati eccezionali. Ma a volte mi sono imbattuta in soggetti che amavano lisciarsi le penne e guardarmi dall’alto al basso per i motivi più disparati: percorso di studio, età, genere, e così via. E se esco dal mondo del lavoro per calarmi nella vita quotidiana o, peggio ancora, nella realtà dei social network…beh… a volte mi vien voglia di rifugiarmi in cima a una montagna e morire da eremita.</p>
<p>Premessa: io non credo che il titolo di studio renda una persona superiore a un’altra e credo, in certi campi, anche nel valore dell’autodidattica. Però, porca miseria, non si deve nascondere la testa sotto la sabbia. Mai. Studiare serve ad acquisire determinate competenze, mi pare ovvio, altrimenti non avrebbe senso trascorrere anni sui libri, spendere migliaia di euro e scrivere trecento pagine di tesi per non avere nulla in mano. Tali competenze, poi, devono essere mantenute, conservate e aggiornate. Se non si vuole che arrugginiscano, non si deve mai smettere di studiare o – come nel mio caso – di esercitarsi. C’è chi lo fa, e chi no. Però, non credo di essere spocchiosa se dico che un laureato in un determinato settore ne sa di più di chi non lo è. Io, di letteratura, ne so di più di chi non ha mai letto un libro in vita sua, e di certo non pretendo di insegnare a “quelli che fanno cose utili” come si costruisca un viadotto. Mi pare così ovvio, che non dovrei nemmeno scriverlo. Eppure, ogni giorno, mi scontro con quelli che…</p>
<p>… “Studiare non serve a niente perché con la laurea non fai i soldi.”</p>
<p>…  “Chi se ne frega se è scritto male: si capisce.&#8221;</p>
<p>… “Non c’è bisogno di “essere studiati” per saper scrivere.”</p>
<p>&#8230; “Scendi dal piedistallo, maestrina!”</p>
<p>Va bene. Quindi questo dovrebbe far pensare che, se una persona è appassionata di un argomento, questo è sufficiente per darle autorità in un determinato campo. Invece no!</p>
<p>Greta Thumberg: “Il pianeta si sta surriscaldando.”</p>
<p>“Ma cosa ne sai, ragazzina, lascia parlare gli esperti!”</p>
<p>Esperto: “Il pianeta si sta surriscaldando.”</p>
<p>“Ecco, è arrivato il professorone!”</p>
<p>Ora dico: noi scrittori siamo tutti dei fuori di testa, ma per lo meno ne siamo consapevoli. Chi invece trasforma la propria ignoranza in un vessillo, non è in grado di rendersi conto delle proprie contraddizioni. La sua mente è spesso dominata da un meccanismo stimolo-risposta. Sono quelli che leggono la parola “immigrato” su Facebook, e subito sbottano: “vergoniaaaaaaaaaaaaaaa!1!”</p>
<h3>Ma chi ha voglia, di discutere con questi?</h3>
<p>Andiamoci a nascondere, dai. Trasformiamo la cultura in un fatto intimo e privato come la politica, la religione e il ciclo mestruale. Facciamo come nel romanzo <em>Il censimento dei</em> <em>radical-chic</em>. Creiamo un bel comitato di semplificazione del linguaggio e iniziamo a censurare tutte le parole troppo difficili per la massa. Rinchiudiamo tutti i letterati in una gabbia, e obblighiamoli a leggere poesie ad alta voce, sotto gli sguardi di scherno della folla. Aboliamo le norme editoriali, che intanto non servono a nulla. RicominciamoAskrivereKMaiTempiDegliSMS. Perché io, sinceramente, sono stufa di essere insultata se dico che usare le emoji nelle e-mail ai clienti è poco professionale :), che decine&#8230;di puntini&#8230;di sospensione&#8230;non servono&#8230;, che SCRIVERE MAIUSCOLO CON TRE PUNTI ESCLAMATIVI!!!! non è elegante, mi dà un po’ fastidio. Come mi dà fastidio sentir dire che ciò che mi piace (un testo scritto correttamente e ben formattato) non è importante. Ognuno ha la propria professionalità. Se il mio parrucchiere mi vede girare per strada con i capelli per aria mi fa un mazzo tanto. Se fumo, il mio dottore, idem. E se vado a un concerto, com’è successo tante volte, con un mio amico musicista, lui nota stonature delle quali non mi accorgo. Eppure, non lo riempio di parolacce se mi spiega perché la band non gli piace.  Non gli dico “cosa ne sai tu?”. Al limite, posso evidenziare che a me la canzone ha trasmesso delle emozioni, anche se non è perfetta, e ascoltare la sua opinione in merito, con umiltà. Credo di saper riconoscere che il parere di chi ho di fronte conta più del mio. E ancora non riesco a capacitarmi del fatto che gli altri non sappiano usare altrettanta premura verso di me. Mi domando perché.</p>
<h3>Sarà perché sono donna, forse?</h3>
<p>Può essere. Già il letterato è denigrato di per sé. Se è donna, ancora di più. Perché si sa: nell’immaginario delle masse, lo scrittore è uomo. Le donne, scrivono storie d’amore. Le signore anziane, i gialli o i pornosoft stile “Cinquanta sfumature di grigio”. E io? Io in questo periodo ho paura, a scrivere. Sul serio. Sarà per questo che preferisco correggere i romanzi altrui, senza mettermi troppo in gioco.</p>
<p>E a voi come va, con quelli che non sanno ma te la spiegano lo stesso? Vi viene mai voglia di sbagliare i congiuntivi per piacere di più alla gente? O di mettervi a fare cose utili?</p>
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		<title>La mia verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2020 16:30:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti a margine]]></category>
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					<description><![CDATA[La mia verità Per scrivere questo flusso di coscienza ho spento il telefono. Non l’ho lasciato silenzioso in un’altra stanza come faccio di solito. No: stavolta, l’ho proprio spento. Per coerenza. Per restituire alla mia mente l’evasione di cui ha bisogno, quella concentrazione priva di interferenze che spesso la società ci nega, intenta com’è a&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>La mia verità</strong></h1>
<p>Per scrivere questo flusso di coscienza ho spento il telefono. Non l’ho lasciato silenzioso in un’altra stanza come faccio di solito. No: stavolta, l’ho proprio spento. Per coerenza. Per restituire alla mia mente l’evasione di cui ha bisogno, quella concentrazione priva di interferenze che spesso la società ci nega, intenta com’è a richiamarci all’ordine, a imprigionarci dentro un ruolo che… boh… forse non abbiamo mai realmente scelto. Forse non è nostro come credevamo. Forse è solo il frutto dei nostri desideri negati, delle nostre aspettative, di ciò che avremmo desiderato diventare per far piacere a parenti e amici, con buona pace dei nostri ideali e delle nostre aspirazioni, con buona pace della nostra anima più autentica.</p>
<p>Il Jolly.</p>
<p><strong>Ve lo ricordate, il Jolly?</strong></p>
<p>Ne parlavo tanto, su Appunti a Margine. Questa metafora rappresentava il ruolo dell’artista nella società: un individuo che non ha bisogno di compromessi per essere sereno, un essere umano che riesce a trovare le risposte esistenziali più profonde nel silenzio della propria coscienza e le trasmette agli altri con solarità ed energia. Proprio lui, che sa quanto sia importante sentirsi liberi, desidera concedere a chi ha di fronte la possibilità di rifiutare il suo messaggio senza andare in paranoia. Questo è un grandissimo atto di rispetto nei confronti del proprio interlocutore. Solo una persona libera e dotata di forte autostima è in grado di non dipendere dall’approvazione altrui. E solo un autore che crede con estrema forza nelle proprie parole sa rinunciare al bisogno che esse siano accettate, perché la loro energia è sufficiente per permettergli di volare. Del resto un contenuto potente, grazie alla sua perseveranza, può scavare nella roccia, scalfire anche i cuori più duri. Forse verrà rifiutato e ridicolizzato, ma non lascerà mai indifferente.</p>
<p><strong>Tutto questo, al Jolly, basta.</strong></p>
<p><strong>Come ho potuto scordarmi di lui?</strong></p>
<p>Lo esaltavo quando mi sentivo imprigionata in una vita che non avevo scelto. Avevo bisogno della sua forza per sollevarmi, per gridare al mondo che sì, io c’ero, e la mia presenza non doveva essere legittimata da un’entità superiore, perché bastava a se stessa. Poi la mia esistenza è cambiata. La mia personalità si è gonfiata, stile Incredibile Hulk. Ho rotto le catene che m tenevano costretta. Le ho spezzate. Sono rinata. Sono tornata ad essere me. E quindi lo strano individuo con il cappello, il cui ruolo era diventato ormai simile a quello delle emozioni di Inside Out, è finito in un cantuccio. Non ho deciso di rimuoverlo come un infantile amico immaginario. Semplicemente la sua identità si era fusa con la mia. Non avevo più bisogno di ricordarmi ogni cinque minuti che tipo di persona desiderassi essere, per poi pilotare i miei comportamenti dall’esterno. Ormai ero già diventata ciò che volevo. Ero diventata un Jolly. O almeno, questo pensavo.</p>
<p>In realtà, il mio percorso era appena all’inizio.</p>
<p>C’erano ancora tanti fortini che dovevano essere distrutti.</p>
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<h2><strong>C’era ancora la mia verità da scoprire.</strong></h2>
<p>Se vogliamo considerare il Jolly come il lato più innovativo e creativo di un essere umano, è facile comprendere che non ci si possa sedere sugli allori con le gambe incrociate. Non si può dire: “Ecco, sono arrivato, non ho più nulla da imparare.” Nessun individuo smette mai di essere un allievo, nemmeno a novant’anni. Avere convinzione di essere dei supereroi tarpa le ali, addirittura più della mancanza di autostima. In ogni situazione, esiste il giusto mezzo. Un po’ spingi, un po’tiri. E un po’ ti riposi.</p>
<p>Riposo.</p>
<p>Bah. Che parola assurda. Non è che mi sia proprio riposata, in questi ultimi anni. Tutti i miei sforzi sono stati indirizzati alla costruzione di una nuova professione, parallela a quella ufficiale: quella di editor e di autrice; quella che risponde alle mie esigenze psicologiche, più che a quelle materiali; quella autonoma, senza capi a cui rendere conto, o colleghi che vogliono insegnarti a vivere.</p>
<p>Per coltivare questo obiettivo, sono diventata un mostro instancabile, ho dovuto mettere in stand-by alcuni aspetti della mia vita. La scrittura è stato uno di questi. Non era il momento. Per poter raccontare una storia agli altri, dovevo prima focalizzare la mia, comprenderla, e forse addirittura viverla. Però, non avevo abbastanza tempo per sedermi, respirare e domandarmi: “<strong>c’è ancora qualcosa che devo sistemare, prima di poter spiccare il volo</strong>?”. Così, senza nemmeno accorgermene, ho ricominciato a mettere il dovere davanti al mio benessere, a considerare il piacere un surplus, perché prima vengono gli impegni socialmente riconosciuti, accettati dal sistema, e poi ciò che ci sta a cuore.</p>
<p>Inutile dire che non si possa sbaraccare un intero settore della propria vita e pretendere che gli altri rimangano illesi. Spesso evolvere significa innescare un meccanismo a catena che distrugge certezze, vecchi schemi e false credenze, per farci risorgere in una versione migliore di noi stessi. La versione del Jolly. Ma per risorgere dobbiamo prima morire. Non fisicamente, ovvio. E nemmeno del tutto. A volte è sufficiente far morire quei lati della nostra personalità o della nostra vita quotidiana che non ci servono più. Per accendere un campanello d’allarme, può essere sufficiente un pizzico di insoddisfazione: se, nonostante tutti i nostri sforzi, ancora non ci sentiamo completi, significa che qualcosa dentro di noi si è spezzato. Allora, bisogna prendere provvedimenti. Sollevare lo sguardo. Cambiare atteggiamento.</p>
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<p>“La più sorprendente scoperta che ho fatto subito dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”, dice Jep, il personaggio interpretato da Tony Servillo nel film Premio Oscar<strong><em> La Grande Bellezza</em></strong>. Io non solo ho compreso questo concetto molto prima, ma addirittura ho visto la mia <em>wish-do list</em> rinnovarsi continuamente. La coscienza, del resto, è un universo in continua espansione: quando la mente fallace non è più in grado di contenerla, straripa dai propri confini, portandosi via tutte le sovrastrutture che impediscono a un essere umano di essere vivo.</p>
<p>Io ho visto le mie certezze menzognere frantumarsi sul pavimento, un pezzo alla volta. Mi sentivo nuda. Mi sentivo sola e spaventata. Ma poi, là dove all’inizio percepivo un vuoto, è stato piantato un seme da coltivare, annaffiare, curare con amore. Ora, quel seme si è trasformato in una pianta fiorita, una pianta che si chiama Verità. La mia verità. Quella da cui intendo ripartire, grazie alla scrittura.</p>
<p>So che essa non è immutabile.</p>
<p>So che domani troverò nuove risposte.</p>
<p>Ma in questo momento ho bisogno di vederla risplendere dentro di me, di esprimerla a parole, senza pensare, perché il pensiero mi porterebbe a spiegarla. E io voglio soltanto sentirla respirare.</p>
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<h2><strong>Qual è la mia verità?</strong></h2>
<p>La mia verità è un grande rispetto per la bellezza e per l’equilibrio. È la capacità di scavare profondamente dentro ogni significato fino a farlo sanguinare.  la volontà di essere sempre oltre il senso comune, di estraniarmi da ciò che non giova alla mia serenità, di mantenermi coerente con i miei principi anche quando non sono conformi con le convinzioni oggi dominanti.</p>
<p>La mia verità è una continua ricerca dell&#8217;amore in tutto ciò che faccio, in tutto ciò che sono. Perché il concetto di amore va oltre la banalità del rapporto di coppia (contesto in cui, tra l&#8217;altro, a volte nemmeno c&#8217;è&#8230;). Quella è solo una faccia del dado, una delle numerose strade che esso sceglie per esprimersi. L’amore è di più. L’amore è una forza che invade ogni atomo e lo fa luccicare, che ci connette agli altri, che ci dà la forza per affrontare la vita quotidiana. L&#8217;amore è nelle nostre azioni ispirate, nel nostro scopo esistenziale. L&#8217;amore è in ogni gesto di gentilezza incondizionata. È nella capacità di perdonare, di perdonarsi. Noi non sappiamo scorgerlo, presi come siamo dalle nostre faccende quotidiane. Ci facciamo umiliare dalla rabbia. Ci nascondiamo dietro ripicche, pettegolezzi e questioni di principio. Però siamo tutti esseri umani, cazzo. E, quando riusciremo a vederci senza filtri, non avremo più bisogno di ipotesi e supposizioni. Non avremo bisogno di cercare prove tangibili dell’affetto altrui. Non avremo bisogno di schermarci dietro ferite che forse in passato ci hanno protetto, ma ora non ci servono più. Esiste una forza che va oltre lo spazio e il tempo, una forza nella quale siamo immersi, e dalla quale siamo trascinati ogni istante della nostra vita, anche quando non vogliamo o non ce ne rendiamo conto. Questa forza è dentro di noi. E, se le dessimo più potere ci renderemmo conto che la paura ci tarpa le ali. Ci rende schiavi ogni volta che rinunciamo a un progetto perché non ci sentiamo all&#8217;altezza, ogni volta che sentiamo di non meritare la felicità, ogni volta che ci facciamo trascinare dalla mente, in uno schema distruttivo.</p>
<p>La mia verità è una fiducia incrollabile in ciò che è invisibile. Attenzione, però: non sto parlando di fede religiosa. La società ormai ha inquadrato anche quella. Sto parlando di una vocina interiore che a volte mi risuona dentro, e che mi indica la strada da seguire. A volte la zittisco, perché la mente tende a trovare soluzioni più a portata di mano, meno dispendiose: i classici automatismi, per intenderci. Ma quando mi lascio trasportare, arrivano risposte inconsuete, e le trovo proprio là, dove ogni sensazione era stata ammutolita dall’innata tendenza a voler spiegare tutto con la ragione. Queste risposte sono nella mia anima. Sono nella vibrazione che percepisco tra le sopracciglia. Sono nei piccoli miracoli di ogni giorno, negli incontri speciali, nella capacità di mandare un messaggio senza aver bisogno di un telefono, solo con il cuore. Sono in quelle che la ragione chiamerebbe coincidenze, ma che io ho sempre definito segnali. Non so se arrivino da un Dio, da qualche entità astratta, o semplicemente dalla mia coscienza. Però mi strappano una risata. A volte, una lacrima. E, soprattutto, mi indicano la strada.</p>
<p>La mia verità è la consapevolezza di essere nata libera. E, in quanto persona libera, non ho alcun bisogno di surrogati per stare bene. Le uniche reali necessità sono quelle che mi gridano dentro: scrivere, assecondare la mia missione, aiutare gli altri, valorizzare le mie doti, accettare i miei difetti. Esistono entrambi. I talenti e le pecche. Valorizzare i primi, non significa essere boriosi. E accettare i secondi, non è segno di auto-indulgenza, ma di rispetto per se stessi e per le proprie fragilità. Solo quando luce e ombra sono in equilibrio, una persona è in grado di esprimere le proprie potenzialità. E io sono nata per questo: per svegliarmi la mattina, guardarmi nello specchio ed essere orgogliosa di ciò che vedo. Non del mio aspetto, che è solo un involucro, ma della luce che emana una persona felice. Una luce che può arrivare ovunque, grazie al potere delle mie parole, grazie a un’urgenza comunicativa che non voglio più tacere.</p>
<p>Sì: voglio ricominciare a scrivere romanzi.</p>
<blockquote><p><strong>Stai cercando un alleato per il tuo romanzo? Visita la mia pagina &#8220;<a title="servizi di editing" href="https://www.chiarasolerio.it/editing/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Servizi di Editing</a>&#8220;</strong></p></blockquote>
<h3><strong>Questa è la mia verità più importante. E la vostra qual è</strong>?</h3>
<p>Fate come me: scrivete una domanda, e lasciate scorrere la vostra risposta senza pilotarla, senza guidarla. Ciò che troverete sepolto nei meandri della vostra memoria vi sorprenderà. Eppure, dopo un po’, vi sentirete liberi. Vi sentirete Jolly. Vi sentirete voi, davvero voi. E sarà bellissimo, lo giuro.</p>
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		<title>La ricchezza del linguaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2020 17:41:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti a margine]]></category>
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					<description><![CDATA[La ricchezza del linguaggio La ricchezza del linguaggio è spesso considerata un vezzo intellettualoide, un dettaglio trascurabile. Molti autori tendono quindi a preoccuparsi più di soddisfare la propria urgenza espressiva che di scegliere parole efficaci, coerenti con il messaggio che desiderano comunicare. Creatività e padronanza della lingua, però, sono due aspetti che devono mantenersi in&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>La ricchezza del linguaggio</h1>
<p>La <strong>ricchezza del linguaggio</strong> è spesso considerata un vezzo intellettualoide, un dettaglio trascurabile. Molti autori tendono quindi a preoccuparsi più di soddisfare la propria urgenza espressiva che di scegliere parole efficaci, coerenti con il messaggio che desiderano comunicare. Creatività e padronanza della lingua, però, sono due aspetti che devono mantenersi in equilibrio. Se ciò non accade, la voce dell’autore risulta smorzata, si ha l’impressione di leggere il tema di un ragazzino delle scuole medie.</p>
<p>Come scrive Alessandro Perissinotto nel romanzo <em>Il silenzio della collina, </em>infatti:</p>
<p><em>Se un pittore ha solo tre colori sulla sua tavolozza, anche mescolandoli insieme non potrà dipingere un tramonto sul mare, o un bosco d’autunno. Un uomo con poche parole in testa è come un pittore con pochi colori, il mare e il bosco li vede anche lui, ma non può rappresentarli.</em></p>
<p>Questo problema esiste. È reale. Nessuno può saperlo meglio di me: ogni volta che leggo una bozza sono costretta ad accanirmi sempre sulle stesse parole. Per esempio, alcuni aggettivi subiscono abusi da anni: bello, brutto, splendido, magnifico, terrificante. Sono comodi ma vuoti, non trovate? Non parliamo poi dell’immancabile “cosa”. Vado a fare una cosa. Ti devo dire una cosa. Oggi è successa una cosa bella. No, no, no, e poi no. La “cosa”, nella maggior parte dei casi, può essere sostituita da un termine più specifico. Se la mente non è in grado, da sola, di chiamare a sé un vocabolo efficace, significa che ha perso il contatto con il mondo della narrazione. Ma scrivere è come aprire una Matrioska. Bisogna scendere in profondità per schiodarsi da quella pochezza dilagante che ci sta appiattendo le corde vocali. “Il prato è pieno di fiori”, leggo. Okay, ma quali fiori? Di che colore sono? Sapresti evocare il loro profumo? Dare attenzione ai dettagli non significa dilungarsi. A volte, basta sostituire una parola, e l’intera scena diventa più vivida.</p>
<p>Anche gli avverbi in “mente” sono sempre lì, a portata di mano, soprattutto quando non si è in grado di descrivere un’azione (la accarezzava dolcemente), quando non si sa evocare un’emozione (era semplicemente deluso), o quando non si è in grado di focalizzare lo scorrere del tempo (camminava lentamente). Nell’ultimo romanzo che ho editato, con il “trova” sono riuscita a scovarne quarantadue in poco più di dieci pagine. Eppure, spesso non servono. Non sono rafforzativi, come pensa il senso comune. Anzi: l’unico aspetto che rafforzano è <span style="text-decoration: line-through;">sicuramente</span> la pesantezza della frase. Avete visto?</p>
<p>Ora vi pongo una domanda.</p>
<h3><strong>Secondo voi,</strong>  <strong>la ricchezza del linguaggio è questione di competenza? </strong></h3>
<p>In parte direi di sì: la ricchezza del linguaggio si acquisisce leggendo ed esercitandosi nella scrittura. Ma questo non basta. Possiamo conoscere miliardi di parole, ma se siamo schiavi dei nostri schemi ricorreremo sempre alle solite dieci. Dobbiamo quindi imparare a osservare il mondo circostante e ad <strong>ascoltare le nostre sensazioni </strong>perché la scrittura, come la meditazione, non è una performance ma un processo.</p>
<p>Quando il chiacchiericcio interiore tace, e noi siamo ben radicati nella storia che vogliamo raccontare, l’energia creativa è libera di fluire portando con sé nuove emozioni, nuove idee, nuovi concetti. Così, ci ci troviamo per le mani parole che non sapevamo nemmeno di conoscere. Erano addormentate in un cantuccio della nostra memoria a lungo termine. Le abbiamo lette o ascoltate tanti anni fa, perché qualche grande scrittore del passato ha fatto in modo che giungessero fino a noi. Poi, le abbiamo rimosse. E ora l’ispirazione le ha risvegliate. È così che funziona, quando testa e cuore collaborano. Ma molti giovani autori non hanno la pazienza di attivare questa sinergia, sono proiettati verso uno scopo che, per chi ambisce ad accrescere la propria professionalità, dovrebbe essere secondario: la pubblicazione.</p>
<p>Molti individui racchiudono in sé un talento latente, ma pochi si danno il tempo per svilupparlo. Sbattere il proprio romanzo su Amazon è per loro una priorità assoluta. Se non ci riescono si sentono inutili. Nella società di oggi, infatti, tutto ciò che non circola in rete è come se non esistesse.</p>
<p>Questo, se ci pensate, è molto triste. Il web dovrebbe infatti aiutarci ad ampliare le nostre conoscenze, non renderci insicuri o, addirittura, spaventarci.</p>
<p>Sì, avete letto bene: spaventarci.</p>
<p>I social hanno sdoganato la libertà di pensiero, mettendo in secondo piano la qualità delle opinioni. Come diceva Umberto Eco, il parere di un premio Nobel vale quanto quello di un imbecille.</p>
<h3><strong>Ecco perché, a molti autori, la ricchezza del linguaggio fa paura.</strong></h3>
<p>Ci sono scrittori che posseggono un vocabolario variegato ma non lo utilizzano per scelta. So che molti di voi non mi crederanno, perché questa decisione va contro ogni buon senso. Sembra ridicola. Infatti lo è.  Però  si tratta di un’agghiacciante verità. Ci sono autori che decidono di sminuirsi per non ricevere recensioni negative e non essere insultati dall’<em>hater </em>di turno. Anziché giudicarli, provate a comprenderli.</p>
<p>Viviamo nell’era della cosiddetta “ignorantocrazia”. Ogni giorno migliaia di persone brandiscono la tastiera dando del radical chic a chiunque azzecchi un congiuntivo.  Fino a cinquant’anni fa avere un figlio laureato era motivo d’orgoglio; oggi invece siamo in balia di individui che sostengono con malcelata spocchia di aver studiato all’<em>Università della Vita</em>. Quindi denigrano non solo chi ha un titolo di studio, ma anche chi ha maturato, grazie alla lettura e a un impegno quotidiano, la capacità di esprimersi al di sopra dei cliché oggi dominanti: “Ecco, è arrivato il professorone! Chi ti credi di essere?”, sbraitano addosso al povero scrittore. E lui, per non avere rotture di scatole, cerca di ricalcare nei propri libri lo stesso stile della rete. “Voglio utilizzare un linguaggio semplice”, dice, come se volesse giustificarsi, dopo che ho depennato l’ennesima “cosa”. Semplice, però, non significa semplicistico: su questo concetto non smetterò mai di impuntarmi.</p>
<h2><strong>Coltivate la ricchezza del vostro linguaggio, ragazzi!</strong></h2>
<p>Fate in modo che la cultura torni a essere un valore collettivo. Dobbiamo evitare che le profezie distopiche presentate nel romanzo <em>Il censimento dei radical chic</em> si realizzino. E dobbiamo capire che livellarci al ribasso non è il metodo più efficace per sopravvivere a questa società omologante. Essere se stessi, nella scrittura come nella vita, alla lunga paga sempre. Forse non renderà miliardari, ma almeno aiuta a dormire in pace, con la consapevolezza del fatto che si è agito secondo coscienza.</p>
<p>Seguire i consigli che vi ho dato in questo articolo non solo vi aiuterà a migliorare nella scrittura, ma vi darà anche più fiducia in voi stessi e nella vostra capacità di ascoltare le vibrazioni della realtà, senza essere imprigionati entro le solite, limitanti sovrastrutture. So che non è facile cambiare da un giorno all’altro il proprio approccio nei confronti di un testo e del mondo circostante. Però, si è sempre in tempo per iniziare un nuovo percorso. Qualche consiglio, già ve l’ho dato: leggete, osservate. E poi, cercate di descrivere la vostra vita quotidiana con parole sempre nuove. Non c’è bisogno che le mettiate nero su bianco. Arricchire il proprio dialogo interiore è già di per sé un buon metodo per scovare nuove modalità espressive. Se questo non basta, c’è sempre lo strumento del “trova”: dopo la prima stesura, andate alla ricerca dei vostri chiché, della “cosa”, degli avverbi in mente e di tutte quelle locuzioni che credete possano penalizzarvi. Lo farò anch’io proprio ora, sapete? Il miglior maestro è infatti colui che non smette mai di imparare. Anche chi ha esperienza può esplorare nuovi mondi. Anzi: deve farlo. Senza la volontà di aprirsi a nuove scoperte, non ci può essere alcuna evoluzione. Quindi, non sentitevi mai arrivati!</p>
<h3>Per concludere: quanto è importante per voi la ricchezza del linguaggio?</h3>
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		<title>Consigli agli scrittori &#8211; L&#8217;approccio con l&#8217;editor</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 16:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti a margine]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;approccio con l&#8217;editor &#8211; consigli Per mia fortuna, sono numerosi gli autori esordienti che, prima di inviare il proprio manoscritto a un editore, decidono di contattarmi per avere una valutazione del loro inedito, per chiedermi assistenza nella stesura o per intraprendere un percorso di editing. Questo è un atteggiamento corretto, che molto spesso denota serietà&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>L&#8217;approccio con l&#8217;editor &#8211; consigli</h1>
<p>Per mia fortuna, sono numerosi gli autori esordienti che, prima di inviare il proprio manoscritto a un editore, decidono di <a href="https://www.chiarasolerio.it/">contattarmi</a> per avere una <a href="https://www.chiarasolerio.it/valutazione-di-inediti/">valutazione del loro inedito</a>, per chiedermi assistenza nella stesura o per intraprendere un percorso di editing. Questo è un atteggiamento corretto, che molto spesso denota serietà e attenzione per la qualità della propria opera. Ma a volte non basta. In ogni rapporto professionale esistono infatti delle regole non scritte, delle convenzioni il cui rispetto a volte dipende semplicemente dalla buona educazione, altre dalla  professionalità e dal rispetto per chi si ha di fronte.</p>
<p>Mi rendo conto che per molti di questi ragazzi io sono la prima persona del settore editoriale con la quale si interfacciano, pertanto non hanno ben chiaro come comportarsi. Sicuramente, dopo aver letto questo articolo, molti di loro si picchieranno una mano sulla fronte e si renderanno conto di aver commesso, seppur in buona fede, qualche piccola ingenuità. Ecco perché scrivo questo articolo senza il timore di offendere nessuno: chi è intenzionato a migliorarsi, accetterà i miei consigli con gioia e ne farà tesoro.</p>
<h2><strong>Ecco quindi 4 consigli agli scrittori per l&#8217;approccio con l’editor.</strong></h2>
<h3><strong>1 – Fate in modo di consegnare all’editor una bozza evoluta</strong></h3>
<p>Molti autori pensano che l’editor abbia a disposizione una bacchetta magica in grado di trasformare una ciofeca in un capolavoro. No. Come ripeto sempre, più alto è il livello di partenza di un’opera, migliore sarà il risultato che potremo ottenere lavorando insieme. Sembra scontato, ma purtroppo non lo è: c’è infatti chi, una volta esaurita la fase creativa, decide di abbandonare la propria opera nelle mani di chi svolgerà il lavoro sporco, ovvero la renderà leggibile. Il suo obiettivo è trasformare una serie di appunti in un romanzo fatto e finito, senza pigiare un solo tasto, e con una spesa minima. Questo sarebbe anche possibile, se io avessi a disposizione sei mesi e una cifra adatta per mantenermi durante il periodo di riscrittura, ma le tempistiche editoriali e la disponibilità economica di autori e c.e. spesso non lo consentono. Quindi, se la bozza è poco più di un’idea arriveremo al massimo alla sufficienza. Da lì non si scappa.</p>
<p>Al contrario, quando ricevo una bozza già piuttosto evoluta, con il medesimo investimento economico posso evitare di correggere errori che l’autore avrebbe potuto vedere benissimo da solo se si fosse preso la briga di rileggere il proprio libro. Di conseguenza, posso lasciare spazio a qualche <a href="https://www.chiarasolerio.it/scrivere-con-intento-artistico/">guizzo creativo</a> e lavorare su quei dettagli che sanciscono la differenza tra un esordiente e un professionista.</p>
<h3><strong>2 – Curate la formattazione </strong></h3>
<p>L’editing grafico è uno dei servizi da me forniti, sempre inserito in ogni preventivo. La maggior parte degli autori, però, decide di non sostenere questa spesa. Okay, decisione legittima. Ma allora, per favore, mandatemi un’opera che non mi faccia esplodere gli occhi, che sia accettabile sotto il profilo visivo. Non dico che debba essere pronta per andare in stampa, ma almeno le basi: carattere adeguato (il comic è da ragazzini), pagina giustificata, interruzione dei paragrafi là dove serve, e non dove Word la inserisce…</p>
<p>Ricordatevi che la formattazione è il vestito del vostro libro, il primo aspetto che un editore o il giurato di un concorso noterà. Nessuno di voi, sono sicura, si presenterebbe a un colloquio di lavoro in tuta. Pertanto, non vedo perché al malcapitato romanzo debba accadere la stessa sorte!</p>
<h3>3 – <strong>Scrivete correttamente a prescindere dal mezzo che utilizzate</strong></h3>
<p>Come i parrucchieri non riescono a sopportare la vista di una persona con i capelli in disordine o diavolerie come lo <em>chatouche</em> fatto dai cinesi, così uno scrittore si fa un baffo e due belle basette del correttore automatico e di tutte le scuse cui il popolo del web spesso ricorre per giustificare la propria pochezza: non ho tempo, faccio prima, il bambino mi stava trascinando per il pantalone della tuta. Ebbene sì: un professionista della scrittura non si sforza di scrivere bene, perché gli viene naturale. Di conseguenza non lo vedrete mai ricorrere a K, abbreviazioni o altri stratagemmi 2.0: quando manda un messaggio, quando scrive un’email, si comporta come se stesse redigendo il romanzo del secolo. Perché non potete provarci anche voi? Non esistono alibi, ragazzi miei. Il rispetto delle regole grammaticali e sintattiche nasce da un amore viscerale per le parole. Se fate a pezzi la lingua italiana solo per comodità, quindi, forse non siete veri scrittori: chiamatevi appassionati, amatori, coltivatori di un hobby. Ma non scrittori. Perché un professionista è tale anche quando non lavora. Se un dottore deve soccorrere una persona che ha avuto un malore in mezzo alla strada, la cura come farebbe se si trovasse dentro il proprio studio. È il suo istinto. E il vostro istinto di scrittori dov’è? So che ce l’avete. Quindi, cercate di usarlo, per favore!</p>
<h3><strong>4 – Ricordatevi che, se parlate di tempistiche, vi state assumendo una responsabilità</strong></h3>
<p>La scorsa primavera, tramite un’amica comune, mi ha contattata uno scrittore della mia città, un ragazzo molto gentile e simpatico. Ci siamo sentiti per telefono: lui mi ha parlato de suo  romanzo e io gli ho illustrato i servizi che fornisco. Poiché era molto interessato a un lavoro di editing, siamo rimasti d’accordo che mi avrebbe inviato il file non appena fosse stato pronto, e io avrei stilato il preventivo: “Devo fare due o tre aggiustamenti, ma stai tranquilla. Te lo mando al massimo tra una settimana.”</p>
<p>Morale della storia? Da quasi sei mesi attendo che passi questa fantomatica settimana. L’autore periodicamente mi scrive, mi tranquillizza, mi dice che sta ancora lavorando al documento, perché il capitolo sette è troppo lungo, il dieci è indecoroso e così via. Ancora due o tre giorni, dice. Ma i giorni passano, e non accade nulla.</p>
<p>Guardiamo il lato positivo: lui vuole mandarmi una bozza evoluta. Non ho dubbi sul fatto che stia svolgendo un lavoro eccezionale. Quindi, editerò la sua opera molto volentieri. Tuttavia, se non è sicuro delle tempistiche, forse farebbe meglio a evitare false promesse. Nei primi tempi, mi fidavo della sua parola, e mi tenevo libera per lui. Poi, ho smesso di “prenotargli il posto”. Quando mi invierà il file lo inserirò in agenda  sulla base dei miei impegni. Stavolta, sarà lui ad aspettarmi. Posso infatti comprendere l’estro creativo, ma il rispetto della professionalità altrui è sacrosanto. Quindi: parlate di date solo se le potete rispettare. In caso contrario, prendetevi i vostri tempi. Intanto, l’editor non scappa!</p>
<h2>CONSIGLI AGLI SCRITTORI &#8211; L’APPROCCIO CON L’EDITOR &#8212;&gt; <strong>Per concludere, voglio soddisfare qualche curiosità. </strong>Per gli autori: <strong>come vi comportate nei confronti dell’editor</strong>? Rispondete sinceramente! E agli editor, domando: <strong>siete d’accordo con i miei <a href="https://www.chiarasolerio.it/approccio-con-leditor/">consigli agli scrittori</a>, o ne dareste altri</strong>?</h2>
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		<title>Come nasce un racconto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2020 16:08:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti a margine]]></category>
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					<description><![CDATA[Come nasce un racconto? Michelangelo Buonarroti sosteneva che l’opera d’arte fosse già presente all’interno del blocco di marmo, e che lui non dovesse fare altro se non liberarla. Per la scrittura, vale lo stesso principio. Una trama non nasce dal nulla. Ogni racconto, ogni romanzo, è già scritto nel nostro cuore. Tutto ciò che dobbiamo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>Come nasce un racconto?</h1>
<p>Michelangelo Buonarroti sosteneva che l’opera d’arte fosse già presente all’interno del blocco di marmo, e che lui non dovesse fare altro se non liberarla. Per la scrittura, vale lo stesso principio. Una trama non nasce dal nulla. Ogni racconto, ogni romanzo, è già scritto nel nostro cuore. Tutto ciò che dobbiamo fare, è lasciarlo uscire. Come? Creando una relazione pura con il mondo. Diventando testimoni non giudicanti. Aprendoci alla libera associazione di idee. Lasciandoci ispirare. Ma, soprattutto, creando una connessione vincente tra realtà oggettiva e realtà soggettiva.</p>
<h2>Vi faccio un esempio di come nasce un racconto</h2>
<p>Vivo a Sanremo, sul versante est di una collina, in un quartiere residenziale a cinque minuti dal centro. in fondo alla strada, c’è la piazza del mercato, che consente di raggiungere la città vecchia, la Pigna.<br />
Qualche giorno fa, mentre aprivo la finestra del mio studio per lasciar entrare un po’ d’aria fresca, sono stata attratta da una chiazza di colore che si intravedeva oltre il capannone del mercato, oltre la Torre Saracena, su una delle tante scalinate che consentono l’accesso alla Pigna e si arrampicano verso la Madonna della Costa, il santuario più importante della città. C&#8217;era qualcosa di attraente, in quell&#8217;immagine, anche se non riuscivo a individuarne il soggetto. Dopo aver inveito contro la mia miopia, ho inforcato gli occhiali, e i contorni sono diventati un po’ più nitidi. Si trattava di due persone abbracciate sotto un ombrello, incuranti della pioggia che frammentava l’aria.<br />
La ragazza indossava quello che sembrava un abito rosso, con sopra un indumento bianco, forse una giacca, forse un cardigan. In realtà, avrebbe potuto indossare anche una gonna e una camicia a manica lunga, ma noi esseri umani siamo abituati a filtrare la realtà in base a ciò che siamo, a ciò che abbiamo. Poche ore prima, indossavo un vestito dello stesso colore. Rosso. Quindi, è stato per me automatico immaginare la fidanzatina abbigliata nello stesso modo. Anche se, in fondo, il capo di vestiario non è importante. Tutto ciò che conta è che il suo colore spiccava in mezzo al grigio. Altrimenti, non l’avrei notato.<br />
E che dire dell’uomo che era con lei? Una specie di palla rosata mi ha fatto pensare che fosse calvo. Ed era alto, molto alto. Così tanto da costringere la ragazza in punta di piedi. Due innamorati come tanti, quindi, in una zona della città nemmeno troppo poetica. Ma la poesia era in loro. L’inclinazione delle teste, faceva capire che si stavano guardando negli occhi. E che si stavano dicendo qualcosa. Forse parlavano d’amore. Forse, della spesa da fare. Oppure, dei programmi per la serata. Chi lo sa. Avrei voluto conoscere la loro storia. Perché è questa la prima domanda che uno scrittore si pone: chissà come sono finiti lì, su una scala dissestata, in una giornata piovosa, quasi autunnale. Ma, siccome non avevo la risposta, ho lasciato da parte le mie proiezioni (l’abito rosso) e l’ho inventata.<br />
Un racconto nasce quando lo scrittore riesce a staccarsi da se stesso.<br />
Non credo che quelle due persone fossero adolescenti in libera uscita. Un ragazzino, in linea di massima, ha i capelli. E l’abbigliamento di lui, sebbene la distanza mi impedisse una visione chiara, sembrava piuttosto adulto. Una camicia blu, un paio di pantaloni a gamba dritta. Anche la ragazza era un po’ troppo elegante, per avere quindici anni. La gonna rossa (credo di non avere dubbi: era una gonna) la camicia bianca A quell’età, si sa, sono tutte sneakers e jeans strappati. Avrebbero potuto essere trentenni; trentenni un po’ vintage. O quarantenni, addirittura. E qui si pone un altro quesito. Per quale ragione due persone pressappoco della mia età devono imboscarsi su una scalinata per amoreggiare? Non ce l’hanno una casa? Potrebbero vivere ancora con i genitori, considerando i tempi che corrono, il precariato e tutte quelle menate lì. Oppure potrebbero vivere in due appartamenti diversi, ciascuno occupato dal legittimo coniuge. Ma no. Due amanti clandestini non si farebbero mai vedere in pieno giorno, nel centro di Sanremo. Potrebbero essere turisti, forse. Si sa che, in questo periodo, la città ne è piena. Una coppia in luna di miele, per esempio. Due vecchi amici tra i quali è esplosa una passione improvvisa. Due fidanzati che vivono un rapporto di vecchia data ormai agli sgoccioli, e hanno improvvisato una vacanza per riuscire a salvare il rapporto. E ci sono riusciti. Forse. Perché chi lo dice, in realtà, che quei due si amassero davvero? Magari si baciavano per abitudine, perché la circostanza lo richiedeva, come se stessero ingollando una medicina. Recitavano un ruolo, ecco. Lei sognava di essere con un altro. E lui, una volta tornato in hotel, avrebbe telefonato all’amante&#8230;</p>
<h2>Un racconto è sintesi</h2>
<p>Le ipotesi descritte sopra sono solo alcune delle tante possibilità a nostra disposizione. Da un’immagine come questa possono dipanarsi centinaia, anzi, migliaia di racconti. E queste due persone possono dare vita a così tanti personaggi da poter ripopolare l’intero pianeta. Si può cercare di elaborare tutte le trame possibili. Ci si può impegnare al massimo per trovare quella migliore. Ma migliore per chi? Migliore perché? Per il mercato? Per il lettore? Oppure, semplicemente, per noi? Sì, per noi. Una storia facile da raccontare, perché ne condividiamo i presupposti e i valori.<br />
Il filosofo tedesco Hegel descriveva la realtà come un meccanismo di tesi, antitesi e sintesi. Questo principio, secondo me, vale anche per la scrittura. Nella creazione di un racconto, la tesi è la proiezione della nostra realtà individuale: nel mio caso, un automatismo mentale mi ha portata a pensare che la ragazza indossasse un abito rosso, simile al mio. L’antitesi è il distacco, la ricerca di una coerenza interna ed esterna, la definizione di figure narrative che sono altro rispetto a noi. Ma il racconto che scriveremo sarà una perfetta sintesi tra istanze soggettive e oggettive.<br />
Non siamo mai completamente separati da ciò che scriviamo, anche quando il nostro racconto è pura invenzione. Per narrare situazioni che non abbiamo mai vissuto, dobbiamo immedesimarci, instaurare una connessione tra individualità e universalità. Quando le vicende e i personaggi sono inventati, ma le emozioni reali, avviene la fusione, la sintesi di cui parlavo poco fa. Vi faccio un esempio. Qualche anno fa, decisi che il protagonista del mio “romanzo dittatore” avrebbe dovuto trascorrere una notte in carcere. Io non ho mai vissuto questa esperienza, grazie a Dio. Però mi sono trovata rinchiusa dentro altre prigioni, prigioni emotive. Quindi, ho usato le mie emozioni soggettive per descrivere un’esperienza a me assolutamente sconosciuto. Da questa sintesi, è venuta fuori una scena piuttosto facile da scrivere, ma che funziona bene. Anzi, vi dirò di più: a distanza di tempo, credo di aver fatto arrestare il mio personaggio proprio per esorcizzare il senso di abbandono, di ingiustizia, di solitudine che ormai da anni mi portavo appresso, e che mi impediva di essere me stessa al 100%. Perché la scrittura non è solo un lavoro, è catarsi. È lo strumento che abbiamo a disposizione per trovare le nostre verità, guardarle in faccia, e affidarle al mondo.</p>
<h2>Per concludere: ho intenzione di scrivere un racconto ispirato ai due innamorati sulla scala?</h2>
<p>Non lo so. La sintesi non è ancora avvenuta. Ancora oscillo tra oggettivo e soggettivo. Lascerò decantare la mia idea e, se con il passare del tempo si ostinerà a non lasciarmi in pace, tirerò qualche riga fuori dal mio cilindro. È inutile spendere ore a cercare una trama vincente. Quello è solo un esercizio mentale. Se una storia esiste, verrà fuori da sola, ed eserciterà su di me una sorta di richiamo, la cosiddetta ispirazione: non una trance mistica, ma la capacità di essere nello stesso tempo presenti a noi stessi, consapevoli delle nostre emozioni, e calati in un universo parallelo, figlio della nostra più anarchica immaginazione.</p>
<h2>E voi, ditemi: come nascono i vostri racconti?</h2>
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		<title>Scrivere fuori dalla zona comfort</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2020 17:19:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti a margine]]></category>
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					<description><![CDATA[Come si esce dalla zona comfort? I lettori che arrivano da Appunti a Margine conoscono già la mia storia perché hanno seguito la lunga crisi professionale che mi ha attanagliata per anni, prima che decidessi di rimettermi in gioco e trasformare la mia passione in un secondo lavoro. Il rito di passaggio tra queste due&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Come si esce dalla zona comfort?</strong></h1>
<p>I lettori che arrivano da Appunti a Margine conoscono già la mia storia perché hanno seguito la lunga crisi professionale che mi ha attanagliata per anni, prima che decidessi di rimettermi in gioco e trasformare la mia passione in un secondo lavoro. Il rito di passaggio tra queste due diverse fasi della mia esistenza è stata la decisione di chiedere il part-time all’azienda nella quale ero (e sono tutt’ora) impiegata. Non fu facile lasciare una routine che, per quanto mi facesse soffrire, mi garantiva anche una certa sicurezza. Ci rimuginai da novembre del 2016, fino al aprile del 2017. Poi, in un solo istante di determinazione, dopo un episodio particolarmente spiacevole, scrissi la mia richiesta e la consegnali alla Direzione del Personale. Il tutto in meno di mezz’ora. Perché, all’improvviso, avevo capito di non avere più dubbi.</p>
<p>Il 31 maggio 2017 è stato il mio ultimo giorno di lavoro full-time in azienda. Domani saranno trascorsi esattamente due anni, e non potrei mai tornare indietro. La vita che ho costruito è una vita che ho scelto, ed è per questo, forse, che molti miei amici e parenti mi ritengono una persona che sa cosa vuole. Mi sono sempre interrogata sui miei desideri, ma non sempre sono riuscita a difenderli con sicurezza. Non subito, per lo meno. Se osservo il mio passato, mi rendo conto infatti che ogni cambiamento importante della mia vita ha seguito il medesimo percorso, che si trattasse di scegliere un Corso di Laurea, o di interrompere un’amicizia. Prima, un’infinità di notti insonni: devo buttarmi, no è una cazzata, e se poi mi pento di averlo fatto, e se invece mi pento di non averci nemmeno provato. Poi, la classica goccia che fa traboccare il vaso. Può essere una discussione, ma anche un consiglio illuminante. E allora sbam. La porta si chiude lasciando dall’altra parte tutto ciò che mi ha fatto del male. I miei dubbi spariscono all’improvviso. E io finalmente trovo il coraggio per rinunciare alle mie certezze, per accettare la confusione che deriva dal non saper cosa accadrà, perché so che ogni mio sforzo è indirizzato a un unico scopo: migliorare me stessa.</p>
<p>Se dovessi definire il mio modo di agire in un’unica parola, non avrei dubbi: creatività. Credo che sia la chiave per avere un’esistenza felice. Non si deve pero interpretare questo termine nella sua sola accezione pratica: sono creativo perché scrivo un libro, perché dipingo un quadro. No. A un livello più profondo, la creatività è uno stile di vita, è la capacità di trovare soluzioni inconsuete a problemi ricorrenti facendo tabula rasa di tutti gli schemi mentali, tutte le convinzioni limitanti, tutte le regole che ci sono state imposte come un dato di fatto ma che, nel momento in cui si cristallizzano nel nostro cervello, diventano una gabbia. Vivere in modo creativo significa rinunciare al meccanismo stimolo-risposta e imparare a vedere oltre ciò che è facile, comodo, a portata di mano, perché quelle risposte lì sono ormai obsolete, non ci daranno mai il salto di qualità che stiamo cercando. Sembra semplice, detto così. Però questo implica l’addentrarsi in una zona sconosciuta, rinunciare, per un solo istante, ad avere il controllo della situazione, lasciarsi alle spalle tutto ciò che è noioso, ma profondamente rassicurante. Ovvero, la nostra zona comfort.</p>
<h3><strong>Essere creativi significa uscire dalla propria zona comfort</strong></h3>
<p>Esiste un luogo, dentro il nostro cervello, nel quale ci sentiamo al sicuro. È il luogo in cui hanno sede le nostre abitudini, quelle forme-pensiero più dure a morire che ci stanno un po’ sulle palle, ma all’idea di rinunciarvi ci sembra quasi di tagliarci un braccio. Siamo tranquilli, lì, perché abbiamo il  di tutto, non c’è il rischio di compiere errori. Quindi, cerchiamo di rimanerci il più a lungo possibile.</p>
<p>Ma qual è il prezzo da pagare per questa stabilità?</p>
<p>La risposta è semplice: il continuo permanere in una condizione neutra, se non addirittura di insoddisfazione. E non è ciò che meritiamo. Davvero. Noi possiamo scoprire una nuova versione di noi stessi, se lo vogliamo. Ma la pappa pronta non esiste, questo è appurato. Quindi, per arrivare alla verità, occorre un’unica soluzione. Bisogna spogliare la propria anima come se fosse una cipolla, e avere il coraggio di guardarla. Occorre domandarsi: “chi sono io? Cosa desidero?” e poi, una volta trovata la risposta, difendere la propria identità, la propria integrità senza paura di scottarsi.</p>
<h3><strong>La zona comfort dello scrittore</strong></h3>
<p>La maggior parte dei blocchi nascono da qui. Dall’incapacità di mettersi in gioco. Dall’assenza di creatività. Ci capita nella vita, quando non sappiamo andare oltre le nostre consuete risposte. E capita nella scrittura, quando rimaniamo agganciati a idee ormai obsolete che servono soltanto a giustificare le nostre ferite. Ci capita quando la nostra penna non riesce ad affrontare argomenti scomodi: la violenza, la malattia, il sesso. Soprattutto quest’ultimo. Noi, cresciuti a pane e cattolicesimo, abbiamo difficoltà a parlarne. E voi non potete nemmeno immaginare quanto rido, a volte, editando romanzi di autori che vorrebbero mostrarsi sopra le righe, ma inventano intricatissimi arzigogoli stilistici per evitare il termine “scopare”. A volte, c’è più intensità nell’estrazione di un molare che in una scena scritta con la pretesa di trasmettere passione. Ma perché, mi domando io. Perché ci sembra normale mandare a fanculo una persona per strada, e poi non siamo in grado di descrivere un orgasmo? Abbiamo paura che la zia ottantenne si scandalizzi e ci diseredi? Noi, in quanto autori, non dobbiamo offrire al lettore una versione edulcorata della vita, ma rappresentare il mondo per ciò che è, in tutta la sua verità. Se non ne siamo in grado, è molto meglio scrivere fiabe per bambini, o manuali d’istruzioni sulla ruota motrice.</p>
<p>Potrei trovare un centinaio di esempi come quelli citati qui sopra. La mente umana è unica. Ciascun autore ha le proprie paturnie, le proprie zone oscure. Quindi è difficile tirare fuori dal cilindro delle dimostrazioni universali. C’è una domanda, però, che ciascuno di noi può porsi per comprendere di quale materiale sono costruite le mura della sua gabbia. Una volta trovata la risposta, sarà in grado di capire come tirarsi fuori dalla zona comfort: <strong>cosa mi fa paura?</strong><br />
La soluzione si trova lì. Oltre la paura. Con riferimento agli esempi che ho appena menzionato un autore che racconta sempre la stessa storia nei secoli dei secoli potrebbe essere terrorizzato all’idea di lasciar andare il proprio passato, i rancori sui quali ha fondato la propria esistenza, perché questo creerebbe un vuoto dentro di lui, non avrebbe più scuse per giustificare il proprio dolore. Uno scrittore che ha paura a parlare di sesso, invece, potrebbe temere il giudizio dei lettori, perché si sa, per la società le persone per bene nemmeno ci pensano, a certe cose. Si schifano alla vista del sangue. E non dicono parolacce. Così, troviamo romanzi thriller da 500 pagine, con un poliziotto alcoolizzato che insegue un serial killer ma che, nonostante venga perculato da quest’ultimo più e più volte, non si fa scappare nemmeno un vaffanculo. Irrealistico, non trovate? Eppure esiste una falsa convinzione tale per cui il linguaggio raffinato è… pomposo, ecco. Ma la poesia, oggi, si è avvicinata al linguaggio comune, perché chiede di rappresentare la realtà. Fabrizio De André, di parolacce, nelle sue canzoni ne scriveva parecchie. Eppure è uno degli artisti più apprezzati dei nostri tempi. E lo è perché, lui, dalla zona comfort usciva senza timore, anche a costo di essere ridicolizzato, incompreso, e considerato un disadattato. Quindi, scegliete voi. Se volete essere come De André, oppure come Fabio Volo. Quest’ultimo vende, ma non dona nulla.</p>
<h3><strong>Quindi, ragazzi, cosa vi fa paura, quando scrivete?</strong></h3>
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		<title>Scrittura di getto e scrittura consapevole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 14:05:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti a margine]]></category>
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					<description><![CDATA[Scrittura di getto e scrittura consapevole La scrittura di getto è un argomento che genera ancora molti fraintendimenti, anche tra gli addetti ai lavori. Me ne rendevo conto proprio qualche giorno fa, mentre leggevo il blog di un editor che definiva questo modus operandi anarchico e confusionario. Inconsapevole. Ecco. Ha detto proprio così. Ritiene che&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>Scrittura di getto e scrittura consapevole</h1>
<p>La<strong> scrittura di getto</strong> è un argomento che genera ancora molti fraintendimenti, anche tra gli addetti ai lavori. Me ne rendevo conto proprio qualche giorno fa, mentre leggevo il blog di un editor che definiva questo modus operandi anarchico e confusionario. Inconsapevole. Ecco. Ha detto proprio così. Ritiene che lo scrittore debba darsi delle regole mentali molto rigide, per poter veicolare contenuti dotati di logica e coerenza interna.</p>
<p>Sono perplessa. Non credo che rimuginare a lungo e tornare ogni cinque minuti sui propri passi sia sinonimo di consapevolezza. Anzi, spesso chi indugia non fa altro che alimentare le proprie insicurezze. Quindi, sebbene ritenga la posizione del collega rispettabilissima, essa è a mio dire anche lacunosa, e per vari motivi. Innanzi tutto, scrivere di getto non significa sedersi al computer e improvvisare senza la minima idea di ciò che si sta facendo. In secondo luogo, questa persona esprime un parere arbitrario, che non tiene conto dei diversi metodi di scrittura e dei processi mentali individuali. Poiché i nostri cervelli non sono usciti da una catena di montaggio, non si può imporre agli autori un metodo universale. Infine, l’approccio da lui presentato non è lontano solo dalla realtà, ma anche dalla teoria: ci sono fior di manuali che trattano il tema della scrittura di getto, e nessuno di essi esclude la progettazione, la razionalità e la logica. Al contrario, il segreto di una buona scrittura è la capacità di mantenere questi aspetti in equilibrio.</p>
<p>Il concetto di <strong>scrittura consapevole </strong>è stato usato in modo improprio, e nessuno meglio di me può saperlo, visto che ho dedicato a questo argomento molti articoli su Appunti a Margine. Come forse ricorderete, il metodo teorizzato da Julia Mc Cutchen affonda le sue radici nella filosofia orientale, che esalta il non-attaccamento ai pensieri e mira a integrare le tecniche narrative con i principi dell’olismo e dello zen.</p>
<p>La scrittura di getto è ritenuta la base della scrittura consapevole perché consente di trasformare l’atto creativo in una forma di meditazione. In questo modo, si possono mettere in stand-by tutte le proprie sovrastrutture, per concentrarsi sul presente, e lasciare le emozioni libere di fluire, senza che ci dominino.</p>
<h2>McCutchen scrive:</h2>
<p><em>La scrittura consapevole ci consente di scoprire la nostra vera voce e di scrivere ciò che siamo chiamati a esprimere. La nostra vera voce sorge naturalmente quando siamo connessi con il nostro vero io; quando lasciamo andare le paure; quando  realizziamo il nostro vero scopo e ci impegniamo a vivere la nostra verità nel mondo, nella scrittura e in ogni ambito della vita.   </em></p>
<p>Tutto qui. La scrittura consapevole non nega l’esistenza né della progettazione, né della revisione. Semplicemente, separa queste fasi da quella della <strong>scrittura di getto</strong>, che è e rimarrà sempre solo uno <strong>strumento per gestire la prima stesura</strong>, in piena comunione con il proprio sentire. Rileggere ogni riga, ogni frase, cancellarla e poi riscriverla prima di essere arrivati alla fine di una sessione creativa, crea un black-out. La persona si focalizza sulla forma, e si dimentica di trasmettere ciò che le sta a cuore. Invece, con la sdg può prima stendere i contenuti sulla pagina, poi distaccarsene, e infine tornare sui propri passi con maggior lucidità, in piena connessione con la propria <u>mente</u>, anziché con il proprio <u>mentale</u>.</p>
<h2>Mente e mentale non sono sinonimi, per lo Zen.</h2>
<p>La <strong>mente</strong> ha a che fare con le nostre facoltà logico-cognitive e può fornirci un importantissimo sostegno durante le sessioni di lavoro, a patto che sia lei al nostro servizio, e non noi al suo.</p>
<p>Il<strong> mentale</strong> invece racchiude in sé tutte le nostre sovrastrutture, le convinzioni limitanti, i timori, le paranoie e tutto ciò che crea un blocco, ci fa autocensurare e impoverisce i nostri testi. Posso affermare con sostanziale certezza che il 90% degli errori che correggo (compresi i miei) arrivano da lì.</p>
<p>Partiamo dal presupposto che, se un autore decide di rivolgersi a un editor, conosce già l’ABC della narrativa. Il mio compito non è quindi correggere gli errori grammaticali, ma aiutare lo scrittore a tirare fuori il meglio di sé. Con il tempo, ho imparato a intercettare l’individualità che si nasconde tra le righe, a interpretare le difficoltà e i problemi alla luce della soggettività di chi scrive. La scrittura, dopo tutto, nasce dalla sensibilità dell’autore, non da regole matematiche, ed è inevitabile che lì si nascondano le magagne più grosse. Se volete un esempio concreto, leggete la recensione scritta da Salvatore Anfuso nella pagina “Dicono di me”: lui evidenzia molto bene come io sia riuscita a scorgere le sue insicurezze tra i sottintesi del racconto che aveva scritto. Ho capito che aveva paura del giudizio del lettore dalla scelta di termini <em>politically correct</em>, da come disponeva la punteggiatura all’interno delle frasi. Il testo era tremante. L’abbiamo migliorato. E i racconti che sono seguiti non presentavano più lo stesso problema. Un caso analogo è quello di una ragazza che faceva ricorso a un linguaggio e a concetti troppo semplici per le sue potenzialità, quasi elementari. Dopo aver affrontato l’argomento su Skype, ho scoperto che era stata offesa in passato, a causa di uno scritto molto complesso. Un lettore, le aveva dato della maestrina. Da quel giorno, aveva deciso di scrivere testi che fossero alla portata di tutti. Anche troppo. Perché questa decisione l’aveva portata a sminuirsi, a mostrarsi meno competente di quanto fosse in realtà.</p>
<p>Con un approccio come quello tanto gradito al mio collega di cui sopra, è il mentale che viene nutrito, non certo la mente, e tanto meno quello che lo Zen definisce “io consapevole”. Focalizzarsi su ogni singola parola subito dopo averla scritta porta l’autore a mettersi in discussione. Questo non sarebbe un male, se si riuscisse a mantenere un atteggiamento costruttivo. Ma l’atteggiamento costruttivo può esserci solo con una revisione a freddo, dopo aver messo la giusta distanza tra sé e il proprio testo. Quando si è ancora dentro l’emozione, si finisce per giudicarla – e giudicarsi – con scarsa lucidità. Il risultato è quindi un continuo scriversi addosso. Prima affermo, e poi mi tiro indietro: che senso ha?</p>
<p>Se uno dei “miei” autori si sente a proprio agio con questo atteggiamento, non posso certo obbligarlo ad adottare un metodo che non lo rispecchia. Sarò quindi io ad adattarmi a lui. Però il mio cervello ha un funzionamento diverso. Non elaboro la scaletta perché intanto so che non riuscirei a rispettarla, ma progetto anch’io i miei scritti: prendo appunti, cerco di chiarirmi le idee, sciolgo ogni dubbio, mi domando più volte quale sia il mio messaggio, e come voglia trasmetterlo. Non appena mi sento pronta, scrivo di getto la prima stesura, senza cancellare nulla, senza tornare a rileggermi. Per non fermare il flusso di coscienza, spengo il wi-fi e metto il cellulare in modalità aereo (mia mamma non si è ancora abituata a ‘sta cosa…) così nessuno mi disturba su WhatsApp, Facebook e affini. Se non ho scadenze stringenti, lascio decantare il testo come il vino per un paio di giorni. Dopo di che, lo rileggo e lavoro di fino. Taglio, aggiungo, elimino i refusi, cerco nuove parole per esprimere i concetti poco chiari. Revisiono, dunque. Ebbene sì. Perché scrivere di getto non significa dire “buona la prima”, ma trasformare i punti di domanda in punti esclamativi usando la propria intuizione, la forma di conoscenza più elevata che esista. Non potrei agire diversamente, perché credo che l’ispirazione non sbagli mai. Quando c’è  una reale connessione tra la mente e l’emozione si è perfettamente presenti a se stessi, lucidi come non si può diventare nemmeno rimuginando un giorno intero sui propri intenti e le proprie mancanze.</p>
<h2><strong>Chi di voi se la cava con la scrittura di getto?  </strong></h2>
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		<title>Intervista a Chiara Solerio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2020 11:53:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti a margine]]></category>
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					<description><![CDATA[Intervista a Chiara Solerio L&#8217;intervista sottostante mi è stata sottoposta dallo scrittore Ferdinando Salamino, ed è pubblicata sul suo blog, Il Paradiso di Caino. Per me, è sempre un piacere sottopormi al fuoco amico delle domande, anche quando esse scavano nel personale, perché amo parlare della mia storia, e di tutte le decisioni che mi&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>Intervista a Chiara Solerio</h1>
<p><em>L&#8217;intervista sottostante mi è stata sottoposta dallo scrittore Ferdinando Salamino, ed è pubblicata sul suo blog, <a href="https://il-paradiso-di-caino.webnode.it" target="_blank" rel="noopener">Il Paradiso di Caino</a>. Per me, è sempre un piacere sottopormi al fuoco amico delle domande, anche quando esse scavano nel personale, perché amo parlare della mia storia, e di tutte le decisioni che mi hanno portata qui, dove sono ora, radicata in un&#8217;esistenza che finalmente mi piace. Spero di essere riuscita, in queste quasi 3000 parole, a trasmettere tutta la passione per il mio lavoro.</em></p>
<p><em>Buona lettura.</em></p>
<p><em>P.S. L&#8217;acquarello che vedete nell&#8217;immagine è della bravissima pittrice Claudia Speggiorin.  </em></p>
<ol>
<li><strong>Buongiorno, Chiara, facci la sinossi di Chiara Solerio: tutto ciò che dovremmo sapere, in una manciata di battute, spazi inclusi!</strong></li>
</ol>
<p>Sono Chiara Solerio, nata il 19 ottobre 1981 a Sanremo, dove vivo tutt’ora dopo una parentesi milanese durata 12 anni. Impiegata la mattina, editor freelence e scrittrice al pomeriggio. Una doppia vita? Forse. Sono una sognatrice patologica. Ho rinunciato alla sicurezza di un lavoro fisso e a tempo pieno, per seguire le mie passioni. E non me ne pentirò mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong>Cominci già con una scelta interessante. Posso chiederti come è maturata e quali ostacoli, interni ed esterni, hai dovuto affrontare per poterla rendere effettiva? Immagino non sia stata una scelta facile e che non tutte le persone che hai accanto abbiano fatto subito salti di gioia&#8230;</strong></li>
</ol>
<p>Non desidero parlare in pubblico della mia storia personale ma, se qualcuno desidera conoscere le tappe psicologiche ed esistenziali che mi hanno portata a modificare radicalmente il mio stile di vita, può scrivermi, e io gliene parlerò. In questa sede dico solo che la decisione ha impiegato anni a maturare. Ho dovuto sostenere numerose sedute di psicoterapia, per comprendere che la lo stato depressivo nel quale vivevo non dipendeva da un problema di adattamento al mio contesto lavorativo, ma dall’aver frustrato le mie ambizioni e tradito i miei valori. In nome della cosiddetta stabilità, avevo infatti rinunciato alla mia creatività, ad aiutare le persone, all’amore per i libri, a due lauree, ad anni di gavetta in campo editoriale, al controllo sul mio lavoro e sul mio tempo. Cambiare non è stato facile. Sono una persona dalle mille paure. Però, per venire fuori dal pantano, ho fatto appello alla caratteristica che di solito gli astrologi associano al mio segno zodiacale, la Bilancia: la capacità di trovare un compromesso, di equilibrare gli opposti.</p>
<p>Tengo a precisare che la mia attività di editor freelance non è stata inventata dal nulla. Di editing e scrittura mi occupavo già prima di essere assunta in azienda. E, a essere sincera, non ho mai smesso di occuparmene nemmeno quando lavoravo a tempo pieno, visto che aiutavo i giovani autori gratuitamente. Per hobby. Questo mi ha consentito di non far arrugginire le mie competenze, e di farmi conoscere. In generale, non ho incontrato grandi ostacoli. Il mio compagno e la mia famiglia sapevano che mi trovavo in una situazione di sofferenza. Forse avrebbero contrastato la decisione di licenziarmi in tronco, ma hanno appoggiato quella del part-time. E, visti i risultati, nessuno si può lamentare. Ne abbiamo tratto giovamento tutti.</p>
<p>Non so cosa mi riserverà il futuro, ma sono soddisfatta delle mie decisioni. Se i lavori di editing aumenteranno, deciderò come muovermi. Per il momento, non ho alcuna fretta di cambiare vita, specialmente da quando anche il lavoro dipendente ha subito un cambiamento positivo, un trasferimento in un nuovo ufficio, dove finalmente ho trovato un po’ di serenità. In fondo, avere un’entrata mi consente di scegliere i progetti a cui dedicarmi, senza dover accettare a occhi chiusi tutti gli scrittori che vengono da me. Senza uno stipendio, dovrei editare anche romanzi che non mi interessano, di autori ingestibili.  Quindi, va bene così!</p>
<ol start="3">
<li><strong>Chiara, tu sei autrice ed editor. Diresti che queste due anime, in te, coesistono pacificamente? O l’autrice a volte è irritante per l’editor e viceversa?</strong></li>
</ol>
<p>Prima di rispondere, devo fare una doverosa premessa. Scrivo da venticinque anni circa, a periodi alterni. Nei momenti più difficili della mia vita, ho dovuto prendermi delle pause. E anche in quelli in cui ero troppo oberata, per esempio il periodo della tesi di Laurea.</p>
<p>Anni fa, pubblicai alcuni scritti sotto pseudonimo, ma ormai li ho rinnegati. Oggi ho due romanzi conclusi, da revisionare, che spero possano vedere presto la luce. Stavolta non ho paura di mettermi in gioco, e li pubblicherò a mio nome. Diciamo che le opere scritte come ghostwriter sono molto più numerose di quelle che portano la mia firma. E, siccome viviamo in un contesto che dà alla pubblicazione un’importanza maggiore di quella che dovrebbe avere, molti non riconoscono la mia identità d’autrice.  Sostengono quindi che l’anima di editor è prevalente. In realtà, io, ho iniziato a lavorare come editor anche grazie a tutti gli anni trascorsi davanti alla tastiera, o con una penna in mano. Non potrei assistere gli autori se non conoscessi, oltre alle regole che guidano la narrativa, anche le paure e i blocchi che inficiano la riuscita di un’opera. Se non le avessi vissute sulla mia pelle, non saprei individuarle. Allo stesso modo, quando anni fa iniziai la gavetta come editor, offrendomi di leggere e valutare gratuitamente i romanzi dei miei amici, la mia scrittura migliorò tantissimo, perché imparai ad autocorreggermi. Quindi la risposta alla tua domanda è scontata: non solo queste due anime convivono pacificamente, ma si sostengono a vicenda, traggono forza l’uno dall’altra. Del resto, l’ho detto anche prima: sono una Bilancia, e so equilibrare gli opposti. J</p>
<ol start="4">
<li><strong>A noi di Caino piacciono i rinnegati e i fasulli! Ci parli di questi due romanzi nel cassetto? Come mai sono ancora nel cassetto? Cosa li ha ispirati e in quale momento della tua vita sono nati? Che tipo di percorso hai in mente, per loro? </strong></li>
</ol>
<p>Il primo romanzo è stato da me ribattezzato “il romanzo dittatore”, perché presenta molte difficoltà, ma non riesco ad abbandonarlo. Il detto “scrivi ciò che ti piacerebbe leggere” è stata un’arma a doppio taglio, perché a me piacciono i tomi, le saghe, opere molti difficili da scrivere per un’autrice emergente. A ciò aggiungiamo che questo “mattonazzo” è nato nel periodo più nero della mia vita, e dopo cinque anni di distacco dalla narrativa, quindi è stato un po’ un banco di prova. Mentre lo scrivevo, ho cambiato mille volte idea, trasformandolo in un minestrone pieno di spunti interessanti, ma impossibili da gestire tutti insieme. Dovevo decidere cosa lasciare e cosa tenere, ma non riuscivo a cestinare nulla. Così, l’ho messo in stand-by per un po’. Però, da poco l’ho riletto, stavolta con il giusto distacco. Penso che ci sia del buono, e conto di riprenderlo presto. Non appena sarò pronta, diciamo. C’è una risposta che ancora non riesco ad ascoltare, tra quelle righe. Non appena riuscirò a renderla visibile, la strada sarà in discesa. Però, non faccio i salti mortali per trovarla. So che arriverà in un momento impensabile, mentre lavo i piatti o mentre guido. È sempre così.</p>
<p>Il secondo romanzo è stato scritto nel 2017 con l’obiettivo di presentarlo a un concorso. Non ho fatto in tempo a consegnarlo, ma l’ho concluso lo stesso. Dopo di che, mi sono resa conto che l’attinenza al tema del concorso e il limite di parole mi avevano tarpato le ali. La storia, fuori dai binari preimpostati, poteva diventare molto più interessante. Quindi, ho tenuto per buona l’idea di fondo ma, da qualche settimana, ho iniziato ad ampliarlo e ad approfondirlo. L’obiettivo è quello di revisionarlo entro una data da me stabilita (non lo scrivo qui, per non creare false aspettative) per poi affidarlo a un collega, un editor, che mi suggerisca le rifiniture finali. Infine, mi piacerebbe presentarlo ad alcune casi editrici delle quali ho grande stima, sperando che abbia i requisiti per entrare nei loro cataloghi. Staremo a vedere.</p>
<ol start="5">
<li><strong>Come immagini, abbiamo diversi autori che ci leggono, diversi dei quali tentati dal self-publishing e, quindi, interessati alla figura dell’editor. Come riconoscere un editor capace e professionale, e come stare alla larga da tuttologi e stregoni? Quali campanelli d’allarme ascoltare?</strong></li>
</ol>
<p>Rispondere a questa domanda non è semplice, anche perché vorrei evitare di farmi dei nemici. Sarò quindi sintetica: diffidate di chiunque offra ricette “universali” per scrivere un best-seller. Un editor corretto non vi illude e non vi promette nulla, ma vi aiuta a trovare il metodo più adatto ai vostri processi mentali, intraprendendo insieme a voi un percorso di crescita e di evoluzione. Ricordatevi sempre che la pubblicazione non è un punto di arrivo. Quest’obiettivo, rappresenta soltanto una tappa del vostro percorso. Non dovete, quindi, avere fretta di arrivarci il prima possibile, perché rischiereste di bruciare le tappe. Al contrario, dovete sforzarvi di creare un risultato meritevole. Questo si può ottenere solo con tanto, tanto esercizio, non con un metodo scopiazzato da un libro e applicato pedissequamente, senza consapevolezza. La sensibilità scrittoria, arriva con il tempo. Ed è quella a rendervi scrittori, non buttare giù contenuti senza esperienza, e sbatterli su Amazon.</p>
<ol start="6">
<li><strong>Editor e correttore di bozze: lavori attigui, ma non identici. Vorresti spiegare al nostro pubblico la differenza?</strong></li>
</ol>
<p>L’editing lavora su tutti gli elementi del romanzo, sullo stile, la coerenza, la trama e i personaggi. La correzione di bozze, invece, si limita a correggere gli errori ortografici, grammaticali e sintattici, nonché gli immancabili refusi. Pero, hai detto bene: sono lavori attigui. Quindi non riesco a scinderli l’uno dall’altro. Il servizio di correzione bozze è sempre compreso, quando un autore mi affida l’editing del suo romanzo. Il contrario non è sempre possibile, visto che molti scelgono una semplice CdB per risparmiare. Però, non riesco a tenere a bada le mani. Quindi, qualche suggerimento viene sempre fuori, anche quando dovrei limitarmi a togliere le “d” eufoniche. Chiamatelo “editing leggero”, se volete. È meno approfondito di quello che faccio di solito ma comunque utile all’autore. E, soprattutto, utile al suo testo.</p>
<ol start="7">
<li><strong>Molti autori, self e non, sono atterriti dalla figura dell’editor per via di questa leggenda metropolitana secondo cui l’editor potrebbe stravolgere lo spirito del romanzo. Ogni leggenda ha un fondo di verità? Oppure è soltanto cattiva reputazione?</strong></li>
</ol>
<p>Perdonatemi la volgarità, ma questa è una cazzata. Come ho scritto più volte anche sul mio sito, l’editor propone, non impone. Questo principio è sempre valido, a maggior ragione se l’autore è self-publisher, e quindi non deve rendere conto all’editore delle proprie scelte. Se avete l’impressione che i suggerimenti dell’editor stravolgano il senso del romanzo, significa che non c’è stata abbastanza chiarezza sugli obiettivi. Parlatene, e insieme troverete la soluzione migliore. Il dialogo tra autore ed editor è fondamentale per raggiungere un risultato di ottimo livello. Senza questo canale comunicativo privilegiato, la comunione d’intenta traballa, e il rischio che si proceda in due direzioni diverse diventa concreto. Questo rischio, però, è scongiurabile grazie alla fiducia reciproca. Non abbiate quindi timore di esprimere le esigenze vostre, e del vostro libro.</p>
<ol start="8">
<li><strong>Credi che questo discorso si applichi anche agli editor delle case editrici? Raccogliamo spesso pareri di persone che prediligono il self per timore di veder soffocata la propria libertà di scelta. Tu cosa ne pensi?</strong></li>
</ol>
<p>Penso che spesso ci sia dell’arroganza, nello sbandierare la propria libertà di scelta. Bisogna sempre entrare nell’ottica che l’editor è un professionista, sia quando lavora con un autore self, sia quando lavora per una casa editrice. Anche se in quest’ultimo caso ci possono essere delle linee guida che arrivano dall’esterno, i consigli non sono mai dispensati a casaccio. Spesso vengono dati per valorizzare il libro o (aspetto che molti non considerano) tutelare gli autori, proteggerli da un eventuale linciaggio della folla. La libertà di espressione, infatti, non dovrebbe mai travalicare determinati limiti, nemmeno nel self. E la cosiddetta “imposizione” avviene solo in casi rarissimi, estremi. Per esempio, quando un paragrafo o una frase offende la morale pubblica, o fa correre un rischio all’autore o all’azienda. Quindi va accettata. Sempre. Per il vostro bene.</p>
<ol start="9">
<li><strong>Su quali progetti stai lavorando al momento?</strong></li>
</ol>
<p>Per quanto riguarda l’editing, sto curando i romanzi dell’autrice Julie Maggi. Dopo aver editato la nuova edizione di “Avventure sul cammino di Santiago” e il primi due volumi della tetralogia “Avventure sulla via de la Plata”, sono all’opera sul terzo libro.</p>
<p>Nel frattempo, ho da poco ripreso in mano la revisione di uno dei miei due romanzi (quello scritto per il concorso al quale non ho partecipato), curo gli aggiornamenti del mio neonato sito internet, e sto lavorando a un libriccino finalizzato a raccogliere gli articoli migliori del mio vecchio blog, Appunti a Margine.  Diversi autori mi scrivono, anche a distanza di tempo, per esprimermi il proprio apprezzamento. Persino gli articoli scritti quattro o cinque anni fa, vengono ancora graditi, e sono ritenuti utili. Da qui, l’idea di radunarli in un manualetto di scrittura prima che il sito venga completamente dismesso. Mi spiacerebbe buttare via quasi un lustro di lavoro.</p>
<ol start="10">
<li><strong>Come autrice hai un genere col quale ti senti più a tuo agio? E come editor?</strong></li>
</ol>
<p>I miei due romanzi nel cassetto sono entrambi romanzi non di genere. Il primo, è una saga generazionale. Il secondo, un’opera a cinque voci sull’universo femminile, che però vorrei piacesse anche a un pubblico maschile. Sto poi raccogliendo il materiale per un Giallo. E, tra le idee che mi ronzano in testa, c’è anche un’opera appartenente al filone del cosiddetto realismo magico. Sono eclettica, sia come autrice, sia come editor. Se non cambio aria ogni tanto, finisco per annoiarmi.</p>
<ol start="11">
<li><strong>Tu collabori con diverse case editrici. Che consigli daresti a un autore in procinto di inviare il proprio manoscritto in valutazione? Come scegliere a chi inviare? Quali errori vanno assolutamente evitati in questa fase?</strong></li>
</ol>
<p>Per prima cosa, suggerisco di dare un’occhiata al catalogo della casa editrice, e capire se il romanzo ha i requisiti per farne parte: se un editore pubblica soltanto reportage di viaggi e tu hai scritto un fantasy erotico, sicuramente non farà per te, e tu non farai per lui.</p>
<p>Di solito, sul sito della casa editrice è indicato l’indirizzo al quale inviare il manoscritto, spesso corredato di istruzioni. Quindi, il secondo consiglio è questo: mandate all’editore ciò che vi chiede. Se vuole la sinossi, tre capitoli, o l’opera completa, voi assecondatelo. Un buon autore, legge tutto con la massima attenzione. Dimostrare di non averlo fatto è un pessimo biglietto da visita. Unica deroga a questa regola: una breve presentazione andrebbe inserita sempre, anche quando l’editore non la chiede. Non c’è bisogno di essere prolissi o di raccontargli la storia della vostra vita. Basta che lui comprenda con chi ha a che fare, affinché si possa stabilire una base d’empatia.</p>
<p>Infine, quali errori vanno evitati, mi domandi. Sicuramente un testo non formattato fa una pessima impressione. Scommetto che non andreste mai a un colloquio di lavoro in tuta. Ecco. Pensate che l’editore non può incontrare te, ma incontrerà il tuo manoscritto. Quindi, cerca di vestirlo bene.  Ricordati che l’ordine rende un testo più facilmente fruibile. E più apprezzabile.</p>
<ol start="12">
<li><strong>Come editor, su quali elementi di un manoscritto si sofferma la tua attenzione?</strong></li>
</ol>
<p>Sono una persona molto precisa, quindi direi tutti: stile, personaggi, coerenza interna, godibilità della trama… Però, se devo scegliere un aspetto in particolare, sono decisamente avversa a termini generici e figure retoriche abusate. Parole come “cosa”, “bello”, “brutto”, “fare”, nel 99% dei casi possono essere sostituite da un vocabolo più preciso, o da una perifrasi. Allo stesso tempo, faccio un salto sulla sedia ogni volta che leggo similitudini come: “pallido come un cadavere”, “magro come un chiodo”, “nebbia che si può tagliare con il coltello”, e affini. Penso che un autore debba mantenere la propria originalità, senza appoggiarsi a cliché dei quali, ormai, possiamo volentieri fare a meno.</p>
<ol start="13">
<li><strong>La cosa più spietata che hai dovuto dire a un autore?</strong></li>
</ol>
<p>“Se vuoi pubblicare un romanzo, devi prima imparare la grammatica”. Non tutti sono in grado di scrivere un romanzo. Il problema è che sono proprio gli incapaci ad avanzare le maggiori pretese, a porsi con arroganza. Quindi, anche se sei gentile, prima o poi la violenza verbale viene fuori.</p>
<ol start="14">
<li><strong>La cosa più spietata che ti abbiano mai detto?</strong></li>
</ol>
<p>Non ricordo una frase particolarmente offensiva legata al mio lavoro di editor o di autrice. Però, me ne viene in mente una, che mi fu detta quattro o cinque anni fa dal mio capo (ormai ex, per fortuna) in ufficio. La ritengo significativa, perché fu la molla che mi spinse a decidere di lavorare in proprio: “lei non è pagata per pensare, ma solo per fare ciò che le dico”. Sticazzi!</p>
<ol start="15">
<li><strong>Quali errori non dovrebbe commettere, secondo te, un autore ai suoi esordi?</strong></li>
</ol>
<p>L’ho detto prima: avere fretta. Per specificare meglio cosa intendo, vi faccio un esempio “pop”. Avete presenti i cantanti usciti dai talent show? Quelli più popolari, spesso vengono buttati sul palco del Festival di Sanremo, magari lo vincono pure, ma poi scompaiono, perché non si sono dati il tempo di crescere. Eppure, non è che non siano bravi. Negli ultimi anni abbiamo sentito cantare artisti che, con un po’ di esercizio in più, avrebbero potuto ottenere un successo duraturo. Però, il Sistema non ha concesso loro l’onore della gavetta. Ecco. Trasferite questa situazione nel contesto letterario. La pubblicazione non dev’essere l’obiettivo primario. Una “ciofeca” buttata a casaccio su Amazon, non fa curriculum. Anzi: può rovinare la reputazione dell’autore. Per costruirsi una carriera occorre lavorare moltissimo, farsi consigliare da esperti, essere pronti a passare le notti in bianco sul proprio libro e accettare le critiche. Ma solo quelle a fin di bene.</p>
<ol start="16">
<li><strong>Un sogno nel cassetto o, ancora meglio, un progetto al quale speri un giorno di poter lavorare?</strong></li>
</ol>
<p>Se lo dico, non si avvera!</p>
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