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	<title>Consigli scrittori &#8211; Chiara Solerio servizi editoriali</title>
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	<description>Valutazione di inediti, Editing e Consulenza narrativa</description>
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	<title>Consigli scrittori &#8211; Chiara Solerio servizi editoriali</title>
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		<title>Perché è un errore farsi correggere un testo dall’IA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 06:55:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli scrittori]]></category>
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			<h1>PERCHÉ È UN ERRORE FARSI CORREGGERE UN TESTO DALL’IA</h1>
<p>Lo dico senza mezzi termini: per deformazione professionale odio l’utilizzo dell’IA per redigere e correggere testi. Mi sono infatti sempre battuta per una comunicazione autentica, fuori dagli schemi e dalle frasi fatte, e arriva uno strumento che, nel ricorso al cliché, trova la sua stessa essenza.</p>
<p>Sarà che trituro centinaia di parole al giorno, ma se c’è lo zampino dell’IA me ne accorgo: quando leggo un messaggio su WhatsApp, quando leggo un articolo o un post su Facebook… Addirittura ho trovato l’annuncio per un corso di scrittura creativa, creato con l’IA. E non posso fare a meno di pensare che questo strumento stia devastando le nostre capacità comunicative, e aumentando il peso della maschera che portiamo. L’IA avvolge infatti i nostri scritti con un’aura di fasulla perfezione, togliendo loro il privilegio di parlare al cuore. Certi testi, per quanto impeccabili, hanno per me il sapore dell’inganno.</p>
<blockquote><p>
<strong>Leggi Anche: <a href="https://www.chiarasolerio.it/a-chi-e-a-cosa-serve-lediting/">A chi e a cosa serve l&#8217;editing</a></strong>
</p></blockquote>
<h2>I miei autori hanno mai scritto libri con l’intelligenza artificiale?</h2>
<p>Ho ricevuto diverse mail di presentazione scritte con l’IA (cosa che già di per sé è ridicola: se stai cercando un editor fai una figura pessima) ma di libri solo uno, un volumetto finalizzato a pubblicizzare l’attività dell’autore. Lo scopo era il personal branding, ma di personal lì c’era ben poco: nemmeno un cenno a chi fosse l’autore e a quali fossero le sue competenze. Sembrava un copia-incolla di articoli presi da internet.</p>
<p>Quindi appena gli ho detto che era da scrivere e da potenziare ha mollato il progetto. Inserire delle informazioni su Chat GPT per tirare fuori un testo non ti rende scrittore, eppure molti si ostinano, e vogliono provarci lo stesso, stimolando nell’editor una serie di imprecazioni da far rabbrividire pure Sgarbi.</p>
<h3>Altra domanda: hai mai ricevuto libri precedentemente corretti dall’IA?</h3>
<p>E qui purtroppo devo dire di sì. Ne ho ricevuti diversi. Alcuni dei miei autori alle prime armi, convinti di consegnarmi un testo dalla qualità maggiore, prima di inviarmi il libro hanno voluto dargli una piccola ripulita con l’IA, senza rendersi conto che non hanno agevolato il mio lavoro, ma lo hanno complicato. Se si vuole utilizzare l’IA per togliere qualche refuso, garantire il rispetto delle norme editoriali, o eliminare i doppi spazi può anche darci una mano. Ma, lo scrivo a chiare lettere, <strong>L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NON DEVE ASSOLUTAMENTE INTERVENIRE SULLA FORMA DI UN LIBRO! MAI!</strong></p>
<p>Se consentite all’IA di intervenire sui vostri libri, io non posso limitarmi a editarlo, a verificare la coerenza della trama, la profondità dei personaggi, eccetera, ma devo riscriverlo quasi del tutto per ridargli personalità, con un consistente aumento dei costi per voi. O, in alternativa, devo farlo fare a voi, con un dispendio di tempo ed energia. Capite che si tratta di un passo indietro: il vostro testo, per quanto imperfetto, era già unico, autentico. Quindi, il lavoro fatto insieme, consentiva un ampio margine creativo e valorizzava ancor più la vostra voce. Il passaggio sotto le spire dell’IA, invece, riduce lo stile a un ammasso di cliché e di frasi fatte, costringendoci a ricostruire da capo l’intero assetto formale del libro.</p>
<h2>Ma vediamo nel dettaglio: in che modo l’intelligenza artificiale appiattisce i vostri testi?</h2>
<h3>La struttura delle frasi create dall’IA è ripetitiva</h3>
<p>L’IA non concepisce l’ipotassi. Il 99% delle frasi scritte da Chat Gpt &amp; Co ha struttura paratattica. Ne consegue un ritmo monocorde, con frasi dalla struttura simile, che viene ripetuta fino all’esasperazione, perché così vuole l’algoritmo.</p>
<p>Qui sotto, propongo <strong>tre esempi significativi</strong> di ciò che voglio intendere. Solo tre, ma già sufficienti (si spera) a farvi capire che state massacrando i vostri testi.</p>
<h3>Accostamento di negazione e affermazione</h3>
<p><em>Nel bosco non c’era cemento. Non c’erano auto. C’era solo la natura selvaggia.</em><br />
A volte, le due proposizioni sono separate da un’avversativa:<br />
<strong>Non sorrise con gli occhi, o con la bocca, ma sorrise con tutto il corpo.</strong><br />
Questa frase è già un po’ lunga per l’IA. di norma sarebbe:<br />
<em>Non sorrise con gli occhi. O con la bocca. Ma con tutto il corpo.</em><br />
Queste sono formule che si rifanno al mondo del marketing, ma non servono nei romanzi perché non portano alcun valore aggiunto. Al contrario creano un’enfasi artificiosa, fasulla. E, considerando che se ne trovano a iosa, ridondante.</p>
<h3>Serie di tre</h3>
<p>che possono riguardare azioni:<br />
<strong>Se ne andava al cinema, in discoteca, al pub;</strong><br />
Oppure aggettivi:<br />
<em>Quando arrivò al bar era elegante, pettinato, profumato;</em><br />
Liste intese in senso lato:<br />
<em>Acquistò un po’ di pane, una bottiglia d’acqua e un etto di prosciutto; </em><br />
<em>Spolverò i quadri, il comò e le maniglie delle porte.</em><br />
Io tendo a evidenziare in grigio questi passaggi, per dare all’autore la possibilità di personalizzarli. A volte ci sono pagine interamente grigie.<br />
Ma la cosa più terribile è la combo: negazione affermazione + serie di tre:<br />
<em>Non bello. Non simpatico. Non intelligente. Eppure carismatico, brillante, vivace.</em><br />
Giuro che non ho inventato nulla, i testi corretti dall’IA sono davvero così. E se un passaggio ci può anche stare, immaginatevi libri interi formulati in questa maniera.</p>
<h3>Frasi brevi, spesso senza il verbo</h3>
<p>Questa l’ho trovata in un libro proprio ieri. O meglio: ho trovato la struttura e l’ho modificata cambiando le parole e il significato, per rispetto verso l’autore. La serie di tre, le negaffermazioni, le frasi brevi senza reggente, esistevano già:<br />
<em>Le amiche organizzarono distrazioni. Aperitivi. Cene. Pettegolezzi. Ma lei non riusciva a distrarsi. Forse per il trauma. Forse per masochismo.</em><br />
A volte l’IA simula l’esistenza dell’ipotassi, inserendo delle relative che però non si agganciano ad alcuna proposizione principale:<br />
<em>Ho incontrato Fabio, ieri. Che era molto felice di trovarsi in città.</em><br />
Immaginate un intero libro con frasi scritte in questo modo. Ma soprattutto immaginate I DIALOGHI: sebbene ogni battuta debba rispecchiare l’eloquio del soggetto parlante, con l’IA ci troviamo centinaia di personaggi che comunicano nella stessa maniera. Leggendo libri del genere, ci si appiattisce il cervello.<br />
In sintesi: un testo scritto da un essere umano presenta variazioni nel ritmo che rendono l’esperienza di lettura coinvolgente. Leggere un testo su cui è intervenuta l’IA, invece, è emozionante come leggere il manuale di istruzioni di un televisore. Il testo è piatto, monocorde, e anche il nostro cervello lo può diventare perché perde completamente lo stimolo alla comprensione e alla riflessione: non deve sforzarsi di entrare nel testo, perché il testo è facile, fruibile, adatto al pubblico di internet, più che a quello dell’editoria.</p>
<p><strong>Se ti piace l’argomento scrittura prova a leggere anche <a href="https://www.chiarasolerio.it/i-luoghi-comuni-nei-romanzi/">I luoghi comuni nei romanzi</a></strong></p>
<h2>Anche il lessico dell’IA è ripetitivo</h2>
<p>Nello specifico:</p>
<ul>
<li>È limitato;</li>
<li>Si adatta a un target generalista;</li>
<li>Fa riferimento ai parametri della comunicazione funzionale.</li>
</ul>
<p>Pertanto, l’IA tende a utilizzare parole molto semplici, facilmente comprensibili a tutti, sempre con riferimento al pubblico di internet. Le parole scelte non sono letterarie, ma sono, in un certo senso, funzionali, basate sui principi della comunicazione ad alto impatto commerciale. È così, anche quando chiedete all’IA di editare un testo letterario. Per questo motivo, nei testi scritti o editati dall’IA troviamo sempre le stesse parole. Ve ne cito qualcuna: <em>testimonianza, sottolineare, spingere, incrollabile, voce metallica, precisione chirurgica, sentito, abbracciare, promuovere, accendere, potenziare, amplificare, catalizzatore, esempio, pietra miliare, sfruttare, degno di nota, senza precedenti, profondo, cruciale, viaggio, nel mondo frenetico di oggi, è opportuno notare che…</em> oltre, ovviamente, alle negazioni e alle frasi avversative.</p>
<p>In poche parole, l’IA asseconda la nostra pigrizia mentale regalandoci cliché, frasi e parole estremamente semplificati, che ci obbligano a spegnere il cervello. Questo non accade nei testi scritti da umani, che hanno invece una ricercatezza stilistica maggiore, e si preoccupano di usare sinonimi e giocare con le parole, allo scopo di evitare ripetitività e monotonia. Le nostre parole hanno energia; quelle dell’IA sono vuote. Questa è la differenza fondamentale.</p>
<h2>Per quanto riguarda la spersonalizzazione del testo da parte dell’IA, io credo che nei testi redatti e/o corretti dall’IA ci siano tre grandi assenti:</h2>
<h3>1 &#8211; Lo stile di scrittura:</h3>
<p>I testi generati o corretti dall’IA mancano del calore e delle sfumature che caratterizzano il linguaggio umano perché rappresentano uno standard universale. Hanno un assetto, un andamento robotico, perché partoriti da un robot. Dopo averne letti tantissimi, sono giunta al punto che, quando trovo una piccola imprecisione in un testo (soprattutto sui social, dove l’IA la fa da padrone) la benedico quasi, la considero un esempio di purezza, di bellezza. Quelle piccole incongruenze, che un tempo erano specchio di una scrittura per me poco curata, oggi sono diventate obiettivi a cui ambire, perché c’è la vita, lì dentro, c’è energia.</p>
<h3>2 – Il contesto:</h3>
<p>L’IA non conosce il mondo in cui viviamo e quindi non è in grado di riprodurlo in tutte le sue varianti. La descrizione delle case, delle città (anche quelle esplicitamente menzionate, tipo Roma) seguono tutte il medesimo standard. Una scena potrebbe svolgersi in qualsiasi punto del pianeta ove sia ubicato un semaforo, per esempio, o in qualsiasi casa dove sia un cuscino di colore rosso. Ne consegue che anche i personaggi sono privi di background socio-culturale, perché uniformati al mondo narrativo che si vuole riprodurre. Immaginate che impatto abbia, tutto ciò, sui dialoghi: decine e decine di personaggi che si esprimono nella stessa maniera. I personaggi perdono la loro caratterizzazione: se affidati a un robot, diventano robot anche loro. Non faranno battute ironiche, non vivranno le loro emozioni, che saranno descritte dall’esterno (tanto tell, niente show, quindi) e non sapranno trasmettere nulla, al lettore, se non una fila di parole fredde. Quest’ultimo, inevitabilmente si annoierà.</p>
<h3>3 – L’emozione</h3>
<p>Non c’è molto da spiegare, qui: l’IA non ha un mondo emotivo, non conosce le emozioni, di conseguenza non le sa generare e non le sa creare. I romanzi su cui è intervenuta l’IA sembrano post su Facebook, sono completamente incapaci di entrare in risonanza con il mondo emotivo del lettore. E forse è meglio così: quando anche le emozioni diventeranno territorio dell’IA, per noi sarà la fine. Finché questo non accadrà, ci sarà un barlume di speranza</p>
<h2>Perché non far intervenire l’IA sui vostri testi: conclusione.</h2>
<p>Se, pensando di fare un favore all’editor, fate passare il vostro testo sotto lo sguardo dell’IA, lo peggiorate, perché andate a togliere tutto il vostro contributo creativo. Di conseguenza l’editor, anziché limitarsi a correggere un testo magari imperfetto ma personale, deve restituire individualità a un libro che prima ce l’aveva. Questo è un lavoro doppio, e richiede doppio investimento all’autore: ne vale davvero la pena? Pensate di fare una figura migliore, rivolgendovi all’IA, ma ciò che mi trasmettete è solo una profonda insicurezza.</p>
<p>E notate che ora ho parlato dell’IA solo in riferimento all’intervento sui testi: prima o poi parlerò dell’IA nella progettazione dei libri, e anche lì avrò molto da dire…</p>

		</div>
	</div>
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		<title>A chi e a cosa serve l’editing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 09:24:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli scrittori]]></category>
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			<h1>A CHI E A COSA SERVE L’EDITING</h1>
<p>Scrivo questo articolo per sfatare una convinzione limitante degli autori nella quale mi imbatto molto di frequente: “se avessi esperienza non avrei bisogno di te”.</p>
<p>Molti pensano infatti che l’editor serva a <strong>colmare le lacune degli autori.</strong> Ma a persone che non hanno alcuna base di scrittura creativa non serve l’editing: <a href="https://www.chiarasolerio.it/consulenza-narrativa/">serve un percorso di coaching e consulenza</a> finalizzato all’acquisizione di competenze fondamentali per poter portare a termine un progetto narrativo. Se un autore è al primo scritto e non ha fatto alcuna ricerca da autodidatta, necessita di lavorare fianco a fianco con l’editor, per acquisire uno stile individuale, e le capacità di sviluppare una trama, di gestire il punto di vista, il conflitto narrativo, i beat e i tag dei dialoghi… o almeno capire cosa siano questi concetti, la cui conoscenza ho dato tante volte per scontata, sbagliandomi.</p>
<p>Tante volte mi sono sentita dire: “io non voglio imparare, voglio solo pubblicare il mio libro”, ma la pubblicazione <strong>non</strong> è un diritto inalienabile: è il <strong>frutto di un lungo percorso di crescita.</strong> Quindi è errato mandare all’editor una bozza scritta in una notte e mai riletta, avanzando la pretesa che la rimetta a nuovo perché avete un bisogno viscerale di… condividerlo? Sì, in alcuni casi. Poter dire “ho scritto un libro”? In molti più casi. Sentirsi dire “quanto sei bravo” da parenti e amici che a volte non hanno le competenze per valutare un’opera, e altre volte tacciono per non offendere? Quasi sempre. La maggior parte delle volte, come insegna la società, si vuole la gloria senza fatica.</p>
<p>Quindi, per rispondere alle domande del titolo…</p>
<blockquote><p>
<strong>Leggi Anche: <a href="https://www.chiarasolerio.it/i-luoghi-comuni-nei-romanzi/">I luoghi comuni nei romanzi</a></strong>
</p></blockquote>
<h2>A chi è utile il <a href="https://www.chiarasolerio.it/editing/">servizio di editing?</a></h2>
<p>L’editing serve a:</p>
<ul>
<li><strong>Autori emergenti:</strong> autori alle prime armi, che hanno un potenziale e la volontà di crescere, e hanno delle basi, seppur minime, di conoscenza delle tecniche narrative. In questo caso il loro testo avrà delle radici, sulle quali sarà possibile far germogliare l’opera, lavorando insieme, fianco a fianco;</li>
<li><strong>Autori di narrativa o saggistica</strong> che hanno bisogno di uno sguardo esterno sul loro libro per migliorarne la qualità a livello strutturale, contenutistico e formale. Quindi, anche a Stephen King serve. Lui, di editor, ne ha addirittura tre.</li>
<li><strong>Case editrici</strong> che non hanno un servizio di editing interno e quindi lo delegano a un/a professionista esterno. Purtroppo è una situazione molto comune in tante case editrici piccole e medie, che non godono di editor al proprio interno.</li>
</ul>
<h3>Quale servizi si adattano invece a un esordiente assoluto?</h3>
<p>In questo caso io non partirei da un servizio di editing completo. Proporrei invece una <strong>lettura con osservazioni sul testo</strong> seguita da una <a href="https://www.chiarasolerio.it/valutazione-di-inediti/">valutazione.</a></p>
<p>Dopo questa fase, sarà possibile stabilire se il libro è pronto per l’editing, oppure è necessario intraprendere un percorso di coaching e attivare delle consulenze. L’apprendimento è la chiave di qualunque carriera, anche io, che lavoro da tanti anni, continuo a frequentare corsi e io stessa <a href="https://www.chiarasolerio.it/scrittura-creativa-corsi-seminari/">organizzo diversi incontri.</a> Trattandosi di seminari d’un paio d’ore, a costo contenuto, sarebbero un’ottima occasione per imparare. Ma, come dicevo, molti non vogliono imparare: vogliono pubblicare. E a loro l’editor serve per aggiungere le h ai verbi.</p>
<p>Agli esordienti assoluti, voglio dare un consiglio:</p>
<ul>
<li>Rileggete e riscrivete le vostre bozze, prima di contattare l’editor;</li>
<li>Non fidatevi del parere di parenti e amici sulle vostre storie;</li>
<li>Rendete ben chiaro fin dall’inizio il vostro livello di partenza, <strong>cercando un contatto onesto e diretto</strong> con l’editor: è l’unico modo per trovare il servizio più adatto a voi;</li>
<li>Siate consapevoli dei vostri limiti;</li>
<li>E l’ultimo, il più importante di tutti: <strong>dimenticatevi la pubblicazione e rimanete focalizzati sul processo di apprendimento.</strong> Questa è la cosa più importante.</li>
</ul>
<p><a href="https://www.chiarasolerio.it/contatti/">Se vuoi accedere a uno dei miei servizi contattami!</a></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div>
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		<title>I luoghi comuni nei romanzi</title>
		<link>https://www.chiarasolerio.it/i-luoghi-comuni-nei-romanzi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 15:29:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli scrittori]]></category>
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			<h1>I LUOGHI COMUNI NEI ROMANZI</h1>
<p>Oggi affrontiamo un altro degli aspetti che suscitano buona parte dei miei interventi di editor: <strong>il luogo comune</strong>, ovvero quello che il dizionario definisce: <em>una frase, un giudizio o un&#8217;idea diffusa e ripetuta che, sebbene possa essere condivisa, è spesso superficiale, stereotipata o priva di fondamento.</em></p>
<p>I luoghi comuni si incontrano in primis nella vita quotidiana. E io, che so essere una vera provocatrice, tendo a fuggirli il più possibile o a smontarli con qualche battuta ben assestata. Sono infatti molto ricorrenti nelle conversazioni tra persone perché consentono di muovere il dialogo in una confort zone sì educata, ma anche priva di empatia: proprio quello che detesto. Io vorrei che ci fosse sempre coinvolgimento emotivo, nei rapporti umani, che ci fosse verità. Invece è facile parlare del tempo e muoversi con sicurezza in conversazioni nazional popolari: “il mondo del calcio è corrotto”; “il Festival di Sanremo non rappresenta la musica italiana”; “non passo al Kindle perché mi mancherebbe l’odore della carta”. Il problema è che anche quando si affrontano argomenti che meriterebbero un po’ più di partecipazione si finisce per ragionare per stereotipi: “se non ti vuole non ti merita”; “l’amicizia tra uomo e donna non esiste”; “se ami una persona lasciala libera”…</p>
<p>Capite che la realtà è molto più complessa di così. Eppure ricorrere ai luoghi comuni ci viene comodo, in virtù di un tanto decantato principio di semplificazione mentale. Ne consegue che anche le bozze dei romanzi siano piene di frasi fatte. Ho fatto un rapido calcolo e io, quando edito, sono solita toglierne in media un centinaio, su un libro di duecento pagine, il che significa uno ogni due pagine. La presenza di luoghi comuni, tuttavia, non implica di per sé che il libro sia scritto male, che sia da buttare via: il luogo comune altro non è che una scorciatoia, una frase fatta che spesso compare in un libro senza che nemmeno l’autore se ne accorga. È l’editor spesso a farglielo notare, e a falcidiare la pagina con la sua mannaia, chiedendo la sostituzione del luogo comune, o sostituendolo direttamente.</p>
<p>Ma se l’autore fosse in grado di anticipare l’intervento dell’editor, quale potrebbe essere il livello di partenza di un libro? Se ogni autore venisse messo nella condizione di trovare da solo i propri luoghi comuni, quanto potrebbe migliorare il suo stile? Tantissimo. Parallelamente, consentendo all’editor di lavorare questioni più sostanziali. Quindi, direi di provare a dissotterrarne qualcuno.</p>
<blockquote><p>
<strong>Leggi Anche: <a href="https://www.chiarasolerio.it/criteri-per-la-suddivisione-di-un-romanzo-in-capitoli/">Criteri per la suddivisione di un romanzo in capitoli</a></strong>
</p></blockquote>
<h2>QUALI SONO I LUOGHI COMUNI PIÙ DIFFUSI NEI ROMANZI?</h2>
<p>Come immaginate potrei compilare una lista infinita di luoghi comuni. Per il momento mi limito a suddividerli in quattro categorie: emozioni, fisicità dialoghi e descrizioni ambientali. Come vedrete leggendo, molte di queste espressioni, prima che nello scritto compaiono nel parlato, e sui mass media, quindi dobbiamo fare molta attenzione a evitarli.</p>
<h3>Dieci luoghi comuni nell’espressione delle emozioni</h3>
<p>Siamo una società che banalizza i sentimenti. Non dovrebbe sorprenderci che la maggior parte delle persone parli come un biglietto dei Baci Perugina. E, purtroppo, anche molti libri… vediamo insieme:</p>
<ol>
<li>Il cuore batte forte;</li>
<li>Vibrava ogni fibra del mio essere;</li>
<li>Mi tremano le gambe;</li>
<li>Il fuoco della passione;</li>
<li>La pelle d’oca;</li>
<li>Le farfalle nello stomaco;</li>
<li>Rosso per la rabbia;</li>
<li>Una tensione che si può tagliare con il coltello;</li>
<li>Verde d’invidia;</li>
<li>Come un sole che illumina la stanza.</li>
</ol>
<p>Una domanda: secondo voi espressioni come quelle sopra in che modo possono veicolare le emozioni? Perché io proprio non sento niente. Se non… il fastidio!</p>
<h3>Dieci luoghi comuni nelle descrizioni fisiche</h3>
<p>Io credo che le principali difficoltà nella descrizione fisica dei personaggi dipende dal fatto che non sappiamo osservarle, non sappiamo sentirle. Molti non riuscirebbero a descrivere nemmeno la propria madre senza ricorrere ai <em>topoi</em> qui sotto. E, se ci pensate, è una cosa triste.</p>
<ol>
<li>Capelli color grano/color miele;</li>
<li>Magro come un chiodo(“grasso come un maiale” non si usa perché considerato offensivo, ma non è che questo sia proprio un complimento…);</li>
<li>Bianco come un cadavere;</li>
<li>D’ebano (qualsiasi cosa sia);</li>
<li>Muscoli scolpiti da ore di palestra;</li>
<li>Bellissima/bellissimo (niente di più banale);</li>
<li>Occhi color cielo;</li>
<li>Alto quasi due metri;</li>
<li>Ventre prominente;</li>
<li>Calvizie incipiente.</li>
</ol>
<p>Come esercizio, vi suggerisco di scaricare dal web la foto di un* sconosciut* a caso, e provare a descriverlo senza ricorrere a nessun luogo comune (ne esistono altri, oltre a questi). Pensate di riuscirci? Se vi interessa, poi potremo esaminare l’esercizio insieme.</p>
<h3>Dieci luoghi comuni nei dialoghi</h3>
<p>Molte delle espressioni che vedete sotto sono frutto della traduzione di romanzi e serie tv americane, termini diffusi, ma che nessuno userebbe mai nella realtà.</p>
<p>Quindi, perché usarle nei libri?</p>
<ol>
<li>Dannazione!/Maledizione! (entrambe derivanti dalla traduzione dall’imprecazione <em>fuck!</em> : termini che abbiamo assorbito passivamente, fino a farli entrare nel nostro linguaggio in anni di serie tv, film d’azione e best- seller commerciali, fino a farli diventare nostri).</li>
<li>Se ti muovi sei morto.</li>
<li>Prendi me al posto suo!</li>
<li>Non azzardarti! (se non fossimo vittime delle traduzioni diremmo “non ti permettere”, che non è che sia molto meglio, anche questo è abbastanza ricorrente);</li>
<li>Ti amo (sì: anche questa. Soprattutto questa);</li>
<li>L’amore è cieco (o la fortuna, a seconda);</li>
<li>Abbiamo un problema;</li>
<li>Faccio solo il mio lavoro (questo soprattutto nei romanzi di ambientazione ospedaliera);</li>
<li>Hai un’idea migliore?</li>
<li>Ho una prova schiacciante.</li>
</ol>
<p>Direi che con questo breve excursus ho attraversato un po’ tutti i generi. il che dimostra che i luoghi comuni sono democratici, trasversali: ciascuno di noi può caderne preda.</p>
<p>Se ti piace l’argomento scrittura prova a leggere anche <a href="https://www.chiarasolerio.it/5-luoghi-comuni-sulleditor-e-lediting/">“5 luoghi comuni sull’editor e l’editing“</a></p>
<h3>Dieci luoghi comuni nelle descrizioni d’ambiente</h3>
<p>Scrivere le descrizioni senza banalizzare o andare troppo per le lunghe è senza dubbio complicato. Il problema è sempre lo stesso: non sappiamo osservare. Non sappiamo immaginare. Quindi anche in questo caso il luogo comune può diventare un territorio agevole su cui muoversi.</p>
<ol>
<li>Cullato dalle onde;</li>
<li>Inghiottito dalla palude;</li>
<li>Terra selvaggia/sconfinata;</li>
<li>Distesa di neve;</li>
<li>Cielo azzurro/grigio/nero (o il mare);</li>
<li>Asfalto fumante;</li>
<li>Mare blu;</li>
<li>Il profumo dei fiori (che si equivale con il cinguettio degli uccelli);</li>
<li>Sole accecante;</li>
<li>Ammutolito dinnanzi a cotanta bellezza (il quale può rientrare anche nelle descrizioni fisiche, e in quelle delle emozioni…).</li>
</ol>
<p>L’esercizio che suggerisco in tale frangente è lo stesso proposto sopra: partite da una foto. Provate a raccontare il luogo che vedete, usando la voce dell’ispirazione… potreste sorprendervi del risultato!</p>
<h2>Per concludere</h2>
<p>Da questo excursus ho tagliato fuori di proposito metafore e similitudini: alcune sono così abusate che meritano un articolo a parte. Rimanete sintonizzati, arriverà a breve!</p>

		</div>
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		<title>Criteri per la suddivisione di un romanzo in capitoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2025 13:39:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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			<h1>CRITERI PER LA SUDDIVISIONE DI UN ROMANZO IN CAPITOLI</h1>
<p>Sono editor da quasi un decennio, ma mai come nell’ultimo periodo mi sono imbattuta in romanzi con capitoli troppo lunghi o troppo brevi, oppure suddivisi in modo improprio, oserei dire casuale. Parlando con gli autori per comprendere la ragione di tale tendenza, ho scoperto che l’intelligenza artificiale indica una lunghezza ideale dei capitoli di circa 2000/4000 parole. Molti vi si riferiscono come se fosse la Bibbia, però un computer non può tenere conto delle peculiarità di ogni singolo testo, dell’imprinting che solo un essere umano può dare. Il rischio è quello di trovare soluzioni comode, ma poco personali. Quindi, tutte uguali.</p>
<p>Tuttavia, anche decidendo di ignorare Chat GPT e riferirsi a persone reali, a blogger o a youtuber si può incappare in errori: sdoganare numeri di caratteri e di parole è comodo per ottenere visualizzazioni, ma anziché istruire gli autori su quante pagine devono riempire, sarebbe meglio focalizzarsi sul contenuto di quelle pagine. E, di conseguenza, sulla loro organizzazione.</p>
<h2>3 SUGGERIMENTI PER LA SUDDIVISIONE IN CAPITOLI</h2>
<h3>Concepire il capitolo come unità narrativa</h3>
<p>Ogni capitolo rappresenta un’unità narrativa a sé stante. Estremizzando, si può dire che sia quasi un romanzo dentro il romanzo. Quindi, il capitolo presenta un incipit, un punto di massima tensione e una chiusura: focalizzate quali sono, e il capitolo è già pronto.<br />
Molti degli autori che lavorano con me prima o poi si trovano una bella noticina con scritto: suggerisco di interrompere il capitolo qui. Spesso mi adopero per spiegare le mie motivazioni, ma queste sono tutte riconducibili a un’unica risposta: l’interruzione va lì. Se un capitolo è ben strutturato, la sua chiusura diventa intuitiva, naturale.<br />
Dobbiamo ricordarci sempre che la fine di un capitolo ha lo scopo di offrire al lettore un attimo di distensione prima di una nuova tensione, ma al contempo lasciargli abbastanza adrenalina da invogliarlo ad andare avanti. Non bisogna dunque andare a ricercare la lunghezza ideale di un capitolo, perché questa lunghezza esiste già. Ogni capitolo ha la propria, e bisogna trovarla.</p>
<p>Ecco alcuni punti in cui possiamo trovare le “pause naturali” dei capitoli:</p>
<ul>
<li>Cambio di punto di vista;</li>
<li>Cambio di ambientazione;</li>
<li>Cambio di personaggi;</li>
<li>Conclusione di un dialogo o di una scena;</li>
<li>Modifica del ritmo;</li>
<li>Cambio dell’unità temporale.</li>
</ul>
<p>Con il tempo e l’esperienza diventerà facile posizionarle, senza il bisogno di interrogarsi sul numero di parole. Quindi, scrivete tanto, e leggete tantissimo!</p>
<blockquote><p>
<strong>Leggi Anche: <a href="https://www.chiarasolerio.it/5-luoghi-comuni-sulleditor-e-lediting/">5 luoghi comuni sull’editor e l’editing</a></strong>
</p></blockquote>
<h3>Valutare il ritmo</h3>
<p>È risaputo che capitoli più lunghi rallentano il ritmo della narrazione e capitoli più brevi lo velocizzano. Quindi analizzate la struttura della trama (perché voi l’avete fatto, lo schema della storia, vero?) e soffermatevi qualche minuto a riflettere su quello che volete sia l’andamento del vostro romanzo. Il genere a cui appartiene, potrà offrirvi delucidazioni in merito. Non è un caso che, spesso, i romanzi thriller hanno capitoli di poche pagine per mantenere elevata la tensione. Nei romanzi fantasy e di fantascienza, invece, sono un po’ più lunghi, perché bisogna consentire al lettore di famigliarizzare con un mondo narrativo di pura invenzione.</p>
<p>In questo secondo caso, occorre fare attenzioni alle informazioni contenute in un capitolo: se sono tante, bisogna lasciare al lettore la possibilità di metabolizzarle, ragion per cui delle pause posizionate nei punti giusti lo porteranno a interrogarsi su ciò che ha appena letto e a integrarlo.<br />
Insomma, si tratta di un equilibrio delicatissimo tra la necessità di offrire contenuti validi e il rischio di sovraccaricare il lettore. In caso di dubbio, chiedere sempre all’editor.</p>
<h3>Focalizzarsi sull’apertura e sulla chiusura</h3>
<p>Come l’incipit di un romanzo, anche l’incipit di un capitolo ha una sua rilevanza perché deve accattivarsi il lettore e invogliarlo a proseguire la lettura.</p>
<p>Al lettore bisogna offrire delle radici solide su cui appoggiarsi, un’idea di stabilità e solidità. Se le vicende narrate in un capitolo non sono quindi collegate a quelle del capitolo precedente, bisogna far capire subito di chi è il punto di vista, dove e quando si sta ambientando la storia, chi sono i personaggi in scena, ecc. Le 5W del giornalismo possono essere un valido aiuto per chiarirsi le idee: Where? When? Who? What? Why? Rispondere a queste domande (anche solo nella vostra testa) è possibile anche quando si decide di iniziare un capitolo in medias res. Perché se voi non sapete cosa state scrivendo, non potrà capirlo nemmeno il lettore.</p>
<p>Allo stesso modo, la chiusura deve invogliare il lettore ad andare avanti. Spesso mi capita di suggerire l’eliminazione delle ultime dieci righe di un capitolo, perché gli autori tendono a portarsi oltre la cosiddetta “pausa naturale”. Ne consegue, che la tensione si disperde, l’attenzione si smorza, e il lettore ha la tentazione di saltare qualche parola. O di voltare pagina.</p>
<p>Una delle tecniche narrative più diffuse sia nei libri sia nelle serie tv è quella del cliffhanger che prevede la chiusura di un capitolo (o di una puntata) in un momento decisivo: quando il cattivo sta puntando la pistola contro il protagonista, quando lui avvicina le labbra a quelle di lei, quando l’investigatore trova un indizio fondamentale. In questo modo, il lettore sarà incuriosito a proseguire. Le maratone di Netflix esistono perché esiste il cliffhanger!</p>
<blockquote><p>
<strong>Se ti piace l’argomento scrittura prova a leggere anche <a href="https://www.chiarasolerio.it/scrittura-consapevole/">“Come scrivere un romanzo grazie alla scrittura consapevole“</a></strong>
</p></blockquote>
<h3>Meglio il numero o il titolo individuale per i capitoli?</h3>
<p>Anche in questo caso si deve ragionare per obiettivi. I numeri vengono spesso considerati più maturi professionali perché consentono di ordinare gli eventi e dare dei riferimenti ai lettori ma risultano al contempo un po’ freddi. I titoli invece possono avere invece un ruolo di “acchiappo” perché offrono un’anticipazione di ciò che seguirà e, se gestiti con sapienza, incuriosiscono di più. Tuttavia, scrivere titoli non è semplice e c’è sempre il rischio di auto-spoilerarsi. Quindi, piuttosto che evitare forzature, suggerisco l’utilizzo della numerazione.</p>
<p>I titoli dei paragrafi, invece, funzionano solo nel caso di capitoli molto lunghi. Se per esempio ogni capitolo corrisponde a una giornata, ci possono essere all’interno dei paragrafi, con relativo titolo, un po’ come avviene nella saggistica. In questo modo, si può offrire al lettore delle brevi pause, evitando il “wall text”, ovvero un blocco senza capoversi e paragrafi, perché è invadente a livello visivo e può scoraggiare la lettura.</p>
<h3>Per concludere:</h3>
<p>Qualunque decisione prendiate, va comunque ponderata con attenzione, facendo in modo che sia la più idonea al vostro testo, e al tipo di effetto che volete ottenere.</p>
<h3>E voi quali criteri usate per la suddivisione in capitoli?</h3>

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		<title>5 luoghi comuni sull’editor e l’editing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Feb 2025 08:57:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[5 LUOGHI COMUNI SULL’EDITOR E L’EDITING Una delle domande che noi editor ci sentiamo rivolgere con maggior frequenza è: “ma tu, di preciso, cosa fai?”. Il nostro ruolo è chiaro in prevalenza agli addetti ai lavori. Per tale ragione, spesso le persone, nello specifico gli aspiranti autori, articolano dei preconcetti che esplodono nel momento in&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>5 LUOGHI COMUNI SULL’EDITOR E L’EDITING</h1>
<p>Una delle domande che noi editor ci sentiamo rivolgere con maggior frequenza è: “ma tu, di preciso, cosa fai?”. Il nostro ruolo è chiaro in prevalenza agli addetti ai lavori. Per tale ragione, spesso le persone, nello specifico gli aspiranti autori, articolano dei preconcetti che esplodono nel momento in cui si crea un contatto e/o si inizia a lavorare insieme.</p>
<p>Oggi quindi illustrerò cinque comuni piuttosto diffusi sull’editor e l’editing.</p>
<p>Non so se siano in assoluto i più frequenti: mentre progettavo il post, me ne sono venuti in mente molti altri. Ma, per non dilungarmi ho deciso di focalizzarmi sui sette che mi fanno più arrabbiare.</p>
<p>Amo il mio lavoro di editor, lo amo tantissimo e diverto a farlo.</p>
<p>Mi spiace, quindi, vederlo sporcato da individui che non riescono a comprenderne il valore. So che questo sfogo mi aiuterà a spurgare un po’ di disappunto e a focalizzarmi su chi, invece, lo apprezza.</p>
<h2>ECCO I MIEI CINQUE LUOGHI COMUNI SULL’EDITOR E L’EDITING</h2>
<h3>1 – Lo faccio editare a MIOCUGGINO</h3>
<p>Il <em>cuggino</em> può darti qualche consiglio utile, da lettore <em>basic</em>, può segnalare un refuso o suggerire un taglio, ma non può sostituirsi alla tua revisione (fase fondamentale del processo di scrittura, come vedremo in seguito) né all’intervento di un professionista. Anzi: spesso far leggere il manoscritto a un parente o a un amico è deleterio, una vera e propria forma di autosabotaggio.</p>
<p>Il parente in questione infatti non è in grado di scovare dettagli e tecnicismi noti solo a persone che svolgono questo lavoro da anni, e che hanno studiato per farlo. Nemmeno un lettore forte o una persona che si diletta con la scrittura può trasformarsi in editor, perché ci vogliono anni di corsi e gavetta. Inoltre, nessuno dei vostri amici o parenti avrà mai il coraggio di dirvi che l’opera ha dei problemi oggettivi, o addirittura che fa schifo. Mi scrivono così autori convinti di essere dei fenomeni, a un passo dal premio Nobel, perché il cugino ha detto che il libro è tanto bello, e quando dico loro che non è così mi insultano pure, mettendo in discussione la mia professionalità.</p>
<p>Il mio consiglio è il seguente: scrivi, revisiona, <a href="https://www.chiarasolerio.it/editing/">fai editare il libro da un professionista</a> e poi (ma solo poi!) scegli un campione di due o tre persone, tra parenti e amici, che possano fungere da lettore beta, e vedere se ci è sfuggito qualcosina. Scegli le tue “cavie” tra persone che leggono tanto e che, per lavoro o per scelta, hanno a che fare con la parola scritta: professori, giornalisti, eccetera, perché di sicuro non ti daranno un giudizio di pancia, ma motivato e in grado di portare un reale arricchimento.</p>
<h3>2 – Io sono l’artista, tu sei il manovale…</h3>
<p>Partiamo da un concetto che ho espresso e ripetuto più volte su questo sito: più alto è il livello di partenza del manoscritto, più alto sarà quello a cui potremmo arrivare lavorando insieme.</p>
<p>Se quindi decidi di inviare all’editor una prima stesura <a href="https://www.chiarasolerio.it/scrittura-di-getto/">scritta di getto</a> che non rispetta nemmeno le norme editoriali di base, le mie risorse creative saranno utilizzate per un lavoro finalizzato a supplire delle lacune e non a incrementare il valore dell’opera a un livello più profondo.</p>
<p>Invece, se prima di metterti a scrivere cerchi di capire, per esempio, se il punto va dentro o fuori le virgolette, e lo spazio prima o dopo il punto, possiamo iniziare il lavoro con un file ordinato, aspetto che agevola moltissimo la lettura perché non mi obbliga a fermarmi a ogni riga per correggere errorini di carattere elementare, che saresti in grado di scovare benissimo da solo.</p>
<p>Se porterai avanti una rilettura individuale, prima di inviarmi il manoscritto, di sicuro salteranno fuori tanti errori. Quindi, io potrò focalizzarmi meglio sugli aspetti di sostanza.</p>
<p>Per non parlare di conoscenza delle tecniche narrative e struttura della trama: per essere scrittori non è sufficiente aprire un documento Word e buttare giù le proprie idee, “intanto poi ci pensa l’editor” (cit.) ma occorre studiare e prepararsi per presentare all’editor una bozza evoluta. Quindi, prima di metterti a scrivere, studia la teoria: il punto di vista, le norme editoriali, le regole di base dei dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, e tutto ciò che ti può servire per passare da un livello amatoriale a un livello professionale. Dopodiché, esercitati tantissimo, e impara ad autocorreggerti!</p>
<blockquote><p><strong>Leggi Anche: <a href="https://www.chiarasolerio.it/scrittura-consapevole/">Come scrivere un romanzo grazie alla scrittura consapevole</a></strong></p></blockquote>
<h3>3 …e anche il mio schiavo</h3>
<p>Premettendo che io sono sempre a disposizione e veloce nel rispondere ai messaggi degli autori, credo che si debba valutare con attenzione quali aspetti richiedano l’attenzione dell’editor e quali no.</p>
<p>L’editor è un consulente retribuito che ha il compito di correggere il tuo libro e predisporlo alla pubblicazione. Non è il tuo tuttofare personalizzato. Non è lo psicologo. Non è il tuo segretario. Non è il tuo archivio documentale. E, soprattutto, non è il tecnico del computer.</p>
<p>Noi veniamo chiamati se si blocca Word (<em>controlaltcanc</em>), se non si scarica l’allegato, se l’autore non sa usare la modalità revisione e, addirittura, se non gli funziona la connessione internet. Ma cosa può fare, in che modo può aiutarti, una persona che vive dall’altra parte dello stivale e che magari di questioni tecniche ne sa meno di te? Scrivere significa innanzitutto potenziare le proprie capacità di <a target="_blank" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Problem_solving" rel="noopener"><em>problem solving</em></a>: Google è uno strumento che sappiamo usare tutti e che funziona meglio di me. Usalo. Impara, come si dice qui in Liguria, a <em>desbelinarti</em>. Ne gioverà anche il tuo libro.</p>
<p>Allo stesso modo, l’editor ha orari di lavoro nei quali è disponibile al 100% e altri orari in cui mangia, dorme, sta con i parenti e gli amici. Qualche settimana fa ho dovuto acquistare una Dual Sim perché mi arrivavano messaggi alle due, alle tre di notte, e un paio di volte ho passato la domenica a rispondere ai WhatsApp. Una volta, facendo notare a un autore che mi chiamava sempre in orari improbabili, mi sono sentita rispondere: “sei tu che devi adeguarti a me: se io scrivo di notte, tu rispondi di notte”. Una cosa del genere non l’aveva mai detta nemmeno il mio dirigente quando lavoravo in azienda, quello che ho quasi denunciato per mobbing. Ricordatevi che non stiamo operando a cuore aperto. In orari proibitivi, sarebbe opportuno chiamare l’editor solo in caso di reale urgenza, nel rispetto del suo lavoro e del diritto al riposo. E per urgenza si intende: devi pubblicare domani con Mondadori o hai la scadenza di un concorso. Tutto il resto può aspettare momenti migliori. Del resto, un editor stanco morto perché lo avete buttato giù dal letto non serve granché!</p>
<h3>4 – Visto che il tuo è un bel lavoro puoi farlo anche gratis</h3>
<p>Il mio è un lavoro bellissimo. Per me, poi, è il lavoro ideale perché sono sempre stata un’avida lettrice, fin da piccola. Ho seminato tanto per raggiungere l’obiettivo di dedicarmi a un’attività che amo, e ne sono orgogliosa. Ma è anche il lavoro grazie al quale mangio e pago le bollette. I preventivi sono in linea con quelli di mercato, si basano su calcoli accurati, e vanno rispettati.</p>
<p>Alcuni autori mi domandano se faccio prove di editing gratuito. So che alcuni colleghi lo concedono. E va bene, senza dubbio, quando sei agli esordi e devi creare nuove collaborazioni, può essere un ottimo strumento di autopromozione. Ma se qualcuno vuole conoscere il valore del mio lavoro, ho un portfolio di oltre cinquanta romanzi, e diverse recensioni su questo sito. Per testare la conoscenza reciproca e la possibilità di lavorare insieme, la prova va benissimo, ma deve essere adeguatamente retribuita.</p>
<p>Allo stesso modo, va retribuita ogni attività (salvo, ovviamente, la sopracitata risposta al messaggino o compiti molto brevi) che esula dal preventivo iniziale. Se, a lettura effettuata, mi chiedi un compito che dura due ore, quelle due ore vanno conteggiate nel saldo finale. Perché, se inizio a dispensare un’ora qui e un’ora là passano le giornate. Allora, tanto vale dedicarsi al volontariato.</p>
<p>Non immaginate, poi, quante persone (anche sconosciute) mi scrivono per <em>avere un parere</em> sul loro manoscritto: “intanto a te leggere piace, no?”. Certo. Moltissimo. Però voglio essere io a decidere cosa leggere nel tempo libero. Ho oltre duecento libri sul Kindle e, se non vi spiace, la sera mentre sto a letto preferisco dedicarmi a quelli. La lettura con valutazione è un vero e proprio servizio professionale, richiede tempo. E il tempo di un professionista, si sa, è denaro.</p>
<p>Per concludere: quando faccio i preventivi opero sempre un piccolo sconto, quindi si possono evitare contrattazioni come se fossimo su <a target="_blank" href="https://www.vinted.it/" rel="noopener">Vinted</a>: “toglimi 200 euro e il lavoro è tuo”. Va bene. Allora tolgo anche 100 pagine di lettura. Mi fermo prima del climax, cosa ne pensi?</p>
<blockquote><p><strong>Se ti piace l’argomento scrittura prova a leggere anche <a href="https://www.chiarasolerio.it/scrittori-emergenti-errori/">“Gli errori più comuni degli scrittori emergenti“</a></strong></p></blockquote>
<h3>5 – Come faccio a evitare che tu mi rubi il libro?</h3>
<p>Questa domanda mi ha sempre fatto ridere tantissimo.</p>
<p>Certe email che ricevo sembrano degli interrogatori di polizia: cosa fai per tutelare la mia privacy? Come faccio a sapere che non inoltrerai il mio libro a nessun altro? Come faccio a sapere che non lo pubblichi a nome tuo? Firmiamo un accordo di riservatezza con il quale ti impegni a non divulgare il mio libro?</p>
<p>A queste domande di solito rispondo evidenziando che non ho mai avuto bisogno di sottoscrivere alcun tipo di accordo perché il rapporto tra editor e autore si basa sulla fiducia reciproca: anche lui potrebbe rivendersi le informazioni che gli do. Se qualcuno desidera firmare un accordo di riservatezza, lo può fare a spese proprie ma l’attività di editing richiede uno scambio di email, messaggi e chiamate che rende davvero inequivocabile la paternità dell’opera. Inoltre, io trovo un po’ presuntuoso pensare di essere così bravo, così speciale, da spingere una professionista a impossessarsi della tua bozza. Lo trovo offensivo, davvero, perché la maggior parte degli autori che seguo prendono lezioni da me, e perché io a mia volta sto scrivendo un giallo che mi appassiona, che mi appartiene. Ho un grandissimo rispetto per la creatività individuale e non mi permetterei mai un’azione del genere.</p>
<p>Ci sono autori che addirittura non mi vogliono mandare il loro manoscritto!</p>
<p>So che può sembrare (e in effetti è) una situazione assurda, ma mi permetto di spiegarla un po’ meglio.<br />
I preventivi degli editor sono previsioni basate sul numero di caratteri spazi inclusi e ipotizzando un livello di partenza medio. Questa previsione poi può essere disattesa dai fatti, se il libro si trova nelle condizioni di cui al punto 1 o, viceversa (caso raro ma possibile) è già quasi pronto per la pubblicazione. In tal caso, leggere un paio di pagine mi può aiutare a comprendere meglio il livello di partenza e a fare un calcolo il più preciso accurato. Ebbene: ci sono autori che non vogliono! Che hanno paura! E qui mi viene da dire: se vi accontentate del preventivo medio va benissimo anche così. Ma con alcuni non siamo nemmeno arrivati al calcolo del preventivo, perché non volevano inviarmi il file.</p>
<p>Il caso più eclatante è stato quello di una tizia che non era capace a estrapolare il numero di caratteri. Io allora mi sono offerta di fare il calcolo personalmente (attività che di fatto mi competerebbe) e lei mi ha risposto che mai e poi mai avrebbe inviato il suo libro a una sconosciuta, che il preventivo avrei dovuto farglielo sull’unghia, senza conoscere l’effettiva lunghezza del libro.</p>
<p>Ora, posso capire che il mondo sia un luogo davvero cattivissimo, ma mi sembra stiamo davvero esagerando. Questa situazione puzza di Dunning Kruger (<a target="_blank" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_Dunning-Kruger" rel="noopener">approfimento wiki</a>) lontano un chilometro!</p>
<h3>Ma ditemi, cari autori: siete mai caduti in uno di questi luoghi comuni sull’editing e l’editor?</h3>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Come scrivere un romanzo grazie alla scrittura consapevole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2024 15:26:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[COME SCRIVERE UN ROMANZO GRAZIE ALLA SCRITTURA CONSAPEVOLE Il web pullula di ricette preconfezionate per scrivere un libro di successo che mirano soprattutto a vendere i loro servizi. Stesso comportamento si ritrova in quei manuali di scrittura che pretendono di insegnarti a scrivere un best-seller in un mese, facendo leva sull’ego smisurato di molti aspiranti&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>COME SCRIVERE UN ROMANZO GRAZIE ALLA SCRITTURA CONSAPEVOLE</h1>
<p>Il web pullula di ricette preconfezionate per scrivere un libro di successo che mirano soprattutto a vendere i loro servizi. Stesso comportamento si ritrova in quei manuali di scrittura che pretendono di insegnarti a scrivere un best-seller in un mese, facendo leva sull’ego smisurato di molti aspiranti scrittori, interessati più a vedere il proprio nome in copertina, il proprio libro in una vetrina, che a crescere come professionisti. In realtà la scrittura prima di essere una performance è un processo – mentale, emotivo, evolutivo &#8211;  e posso affermare con la massima certezza che non si possono ottenere risultati importanti senza una determinata predisposizione psicologica, un rapporto privilegiato con la propria dimensione interiore: solo una persona matura può essere un autore maturo.</p>
<p>Per tale ragione, in oltre vent’anni d’esperienza, posso dire che solo due manuali mi hanno veramente insegnato a scrivere: Scrivere Zen di Natalie Goldberg, letto quando avevo appena vent’anni, e Scrittura creativa di <a target="_blank" href="https://www.ilgiardinodeilibri.it/autori/_julia-mccutchen.php" rel="noopener">Julia Mccutchen</a>. Questi libri riprendono in parte gli stessi concetti e partono da una matrice, o forse da una consapevolezza comune: la scrittura parte dal nostro materiale interiore e la tecnica serve soltanto a dargli una forma. Quindi, prima ancora di imparare a gestire il punto di vista o le tempistiche narrative, occorre gestire la propria mente, creare un contatto profondo con se stessi.</p>
<p>In particolare, Julia Mc Cutchen è una mia collega, un’editor che per molti anni ha lavorato in una casa editrice specializzata in testi spirituali, autrice di numerosi libri, docente di scrittura creativa. Il suo concetto di <strong>scrittura consapevole</strong> è sempre stato parte di me: conoscevo certi principi a livello inconscio prima ancora di leggere il libro, e vederli nero su bianco mi ha aiutato a renderli ancora più chiari, a trasformarli in azione. Oggi riesco quindi ad applicarli in modo naturale, senza pensarci troppo, a toglierli dalla nebbia e portarli a un livello più pratico.</p>
<h2><strong>COME SCRIVERE UN ROMANZO – I SETTE PILASTRI DELLA SCRITTURA CONSAPEVOLE </strong></h2>
<p>La scrittura consapevole si basa su sette principi fondamentali:</p>
<p>&#8211; <strong>presenza</strong>: la capacità di rimanere concentrati, evitando distrazioni;</p>
<p>&#8211; <strong>allineamento</strong>: la consapevolezza del potere delle proprie parole;</p>
<p>&#8211; <strong>autenticità</strong>: la ricerca di uno stile individuale, che non teme il giudizio;</p>
<p>&#8211;<strong> equilibrio</strong>: la ricerca dell’armonia in tutto ciò che si scrive;</p>
<p>&#8211; <strong>semplicità</strong>: la capacità di esprimersi in modo chiaro e diretto, senza giri di parole;</p>
<p>&#8211; <strong>intuizione</strong>: la capacità di ascoltare la propria voce interiore;</p>
<p>&#8211; <strong>connessione</strong>: avere la chiave di accesso al luogo in cui nascono le idee.</p>
<p>Questi concetti possono sembrare astratti, privi di una reale utilità pratica, ma in realtà restituiscono alla scrittura la propria dignità creativa, all’autore la propria dignità psicologica; mettono la tecnica al servizio dell’autore, anziché il contrario; non creano illusioni effimeri ma spingono la persona a lavorare prima su se stessa, e poi sulla propria scrittura. Ne consegue quindi che, applicandoli, possiamo diventare non soltanto autori migliori, ma anche persone migliori, più evoluti. E, soprattutto, possiamo stabilizzare la nostra identità autoriale, e iniziare a ragionare sul lungo periodo.</p>
<p>Nel momento in cui, infatti, un individuo è perfettamente centrato nella propria individualità, la tecnica (che comunque <strong><u>va studiata</u></strong>, questo è indubbio) sarà applicata in modo del tutto naturale, perché farà parte di noi, e del nostro essere. Quindi, scrivere diventerà più semplice. Potremo scrivere più libri, e farlo in un tempo minore, con minore fatica. Perché è così che vive, e scrive, una persona consapevole.</p>
<p>Per citare Julia McCutchen:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Con la s. c., attiviamo le abilità esteriori della scrittura, per dar forma alle nostre idee e alle intuizioni ed esprimerle con un linguaggio che ci consenta di comunicare l’essenza intangibile in modo tangibile. (p.17)</em></p>
<blockquote><p><strong>Leggi Anche: <a href="https://www.chiarasolerio.it/scrittori-emergenti-errori/">Gli errori più comuni degli scrittori emergenti</a></strong></p></blockquote>
<p>Per dirle in parole più semplici: le tecniche tradizionali sono importantissime, ma esse non devono soffocare il nostro io scrittorio, bensì rafforzarlo, affinché la nostra voce possa risuonare chiara e autorevole. La mente può sostenerci ed essere di supporto, ma solo se impediamo all’ego di distoglierci dal nostro scopo. E questo rappresenta il senso di quanto scritto prima: che con la scrittura consapevole la tecnica viene espressa in modo naturale, senza che ci domini. Questo approccio invita infatti a liberarci delle sovrastrutture che vogliono  ricondurre il processo della scrittura a un semplice processo mentale, a un’operazione di marketing, quando in realtà:</p>
<p><em>[…] una delle abilità più importanti da sviluppare è la scrittura consapevole, ossia la capacità di prendere una decisione o di compiere una scelta con piena consapevolezza, invece di agire in base a quei riflessi condizionati che dominano il mondo contemporaneo. (p.16)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quindi, dobbiamo mantenerci aperti a ogni possibilità, smettere di cercare conferme del nostro valore e andare avanti per la nostra strada, con dignità e con lo sguardo sempre rivolto verso l’alto, perché:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[..] La scrittura consapevole ci consente di scoprire la nostra vera voce e di scrivere ciò che siamo chiamati a esprimere. La nostra vera voce sorge naturalmente quando siamo connessi con il nostro vero io; quando lasciamo andare le paure; quando  realizziamo il nostro vero scopo e ci impegniamo a vivere la nostra verità nel mondo, nella scrittura e in ogni ambito della vita. (p.19)</em></p>
<blockquote><p><strong>Se ti piace l&#8217;argomento scrittura prova a leggere anche &#8220;<a target="_blank" href="https://www.chiarasolerio.it/scrittura-di-getto/" rel="noopener">Scrittura di getto </a>&#8220;</strong></p></blockquote>
<h2><strong>COME SCRIVERE UN ROMANZO – INCONTRI SULLA SCRITTURA CONSAPEVOLE</strong></h2>
<p>Sulla scia dei principi qui espressi ho deciso di organizzare una serie di incontri online dedicati <strong>alla scrittura consapevole</strong>. Il primo ciclo di incontri riguarda <strong>i sette pilastri della scrittura consapevole</strong>: sono stati proprio i partecipanti a scegliere l’argomento, dopo un primo incontro di carattere generale, dedicato invece alle norme editoriali di base, perché hanno compreso l’importanza di maturare un adeguato approccio psicologico nei confronti della scrittura.</p>
<p>Ciascun seminario funziona come stand-alone, quindi è autoconclusivo. Questo consente ai partecipanti di frequentare solo gli incontri che gli interessano senza prendersi impegni sul lungo termine. Chi non può partecipare in diretta, ha la possibilità di accedere alle registrazioni.</p>
<p>Considerando il successo che questi eventi stanno avendo, sicuramente proseguiranno fino alla primavera del 2025. Una volta esauriti i sette pilastri, si potrà passare a nuovi argomenti, sempre coerenti con il mio approccio, e sempre decisi in accordo con i partecipanti.</p>
<p>Io infatti, come <a href="https://www.chiarasolerio.it/">editor,</a> mi metto a disposizione, accompagno chi mi segue lungo un percorso che è lui stesso a scegliere senza mai imporre la mia visione.</p>
<p><u>SE DESIDERI MAGGIORI INFORMAZIONI SUI MIEI CORSI CONTATTAMI</u></p>
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		<title>Il conflitto narrativo: di cosa si tratta e come si esprime</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2023 09:43:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[IL CONFLITTO NARRATIVO: DI COSA SI TRATTA E COME SI ESPRIME Qualche giorno fa ho avuto una lunghissima call con una delle mie autrici più produttive, una persona seria che ha lavorato con me più di una volta. L’argomento cardine della nostra discussione è stata la necessità di rendere chiaro l’obiettivo della sua protagonista e&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>IL CONFLITTO NARRATIVO: DI COSA SI TRATTA E COME SI ESPRIME </strong></h1>
<p>Qualche giorno fa ho avuto una lunghissima call con una delle mie autrici più produttive, una persona seria che ha lavorato con me più di una volta. L’argomento cardine della nostra discussione è stata la necessità di rendere chiaro l’<strong>obiettivo della sua protagonista </strong>e le <strong>motivazioni interiori </strong>che la spingono a raggiungerlo. Senza questi due elementi, diventa molto difficile suscitare empatia nel lettore e invogliarlo a procedere con la lettura. Ma, soprattutto, viene a mancare uno degli ingredienti fondamentali di ogni buona trama: <strong>il conflitto narrativo</strong>. Ovvero, la lotta del protagonista per il raggiungimento del suo scopo. Una lotta che, necessariamente, dovrà incontrare degli ostacoli, altrimenti la trama rischia di arenarsi e di risultare inconsistente, e i personaggi sembrano muoversi come palline da flipper sulla pagina, omini di carta senza desideri né obiettivi. Non sono quindi esseri senzienti, dotati di volontà propria, ma burattini nelle mani dell’autore.</p>
<p><strong>Quindi, entriamo ora nel dettaglio del conflitto narrativo…</strong></p>
<h2><strong>Quali sono gli elementi che alimentano il conflitto narrativo? </strong></h2>
<h3><strong>1 – L’obiettivo dell’eroe </strong></h3>
<p>Il protagonista deve avere un obiettivo così forte da rappresentare il motore immobile di ogni sua azione. Questo obiettivo può essere materiale (vuole ottenere qualcosa) oppure esistenziale (vuole essere qualcosa). Nel secondo caso, si aprono le porte a molteplici possibilità: il personaggio può desiderare di liberarsi da una paura, voler cambiare, aver bisogno di una decisione. Non importa quale obiettivo scegliate. L’importante è che sia <strong>dichiarato al lettore fin dall’inizio della storia. </strong>Io direi, nel primo 20% del romanzo. E se i protagonisti sono più di uno, anche gli obiettivi possono moltiplicarsi ed essere tra loro in contrasto. Ne risulterà un conflitto narrativo ancora più interessante. Perché, se due personaggi desiderano la stessa promozione, o la stessa donna, la trama risulta movimentata. Allo stesso modo, se un assassino vuole evitare la cattura e la polizia vuole catturarlo: ci saranno sempre un vincitore e un vinto. Oppure no. Lo scontro può terminare in parità, con un premio di consolazione o una mezza sconfitta, come sempre più spesso capita nei romanzi post-moderni.</p>
<h3><strong>2 – La posta in gioco</strong></h3>
<p>Cosa ottiene il personaggio se raggiunge il proprio obiettivo? E cosa perde, invece, se non ci riesce? Ogni conflitto ruota intorno alla posta in gioco. I rischi connessi a un eventuale errore, con conseguente mancato raggiungimento dell’obiettivo, vanno palesati e dichiarati con l’obiettivo di rendere il lettore partecipe, di portarlo a fare il tifo. Che si tratti quindi di una promozione sul lavoro, o della decisione di emigrare dall’altra parte del mondo, il nostro eroe deve <strong>essere motivato</strong> nel raggiungimento dell’obiettivo. Soprattutto, deve essere <strong>pronto a lottare.</strong> Non importa contro chi o contro cosa: che sia un drago, un rivale in amore o una profonda fobia, è necessario che il personaggio si senta solo, in balia di forze e realtà più grandi di lui, sulle quali sente di non avere alcun potere. E la posta in gioco deve essere alta. Altrimenti, al lettore, può venir da dire: “chi se ne frega, se non ce la fai, non mi sembra poi ‘sta gran tragedia”. Uno stratagemma narrativo interessante, infatti, nel caso in cui la trama si appiattisca, è quello di <strong>alzare la posta in gioco</strong>: l’obiettivo sembra raggiunto, ma poi subentra un elemento che rende il rischio di fallimento ancora più pericoloso.</p>
<h2><strong>A quali livelli può avvenire il conflitto narrativo?</strong></h2>
<p>Il conflitto narrativo si può estrinsecare a tre livelli. E voi potete scegliere quello più consono al tipo di storia che volete raccontare. Oppure, se non c’è il rischio di incasinare troppo la trama, potete anche metterceli tutti e tre. A volte, questo può riprodurre alla perfezione la complessità dell’essere umano.</p>
<h3><strong>1 – conflitto interiore</strong></h3>
<p>L’eroe ha ansie, paure, timori, che possono frenarlo e impedirgli di raggiungere il proprio obiettivo. Può avere dei limiti fisici, oppure caratteriali. Può non sentirsi all’altezza del proprio sogno, oppure avere l’idea di non meritarlo. La letteratura di oggi è molto lontana dall’idea dell’eroe senza macchia e senza paura che apprezzavamo nelle favole. I personaggi devono essere reali a trecentosessanta gradi. Quindi, per loro stessa natura, imperfetti. Giocate sulle loro debolezze senza cadere nello stereotipo, ed esternalizzare questo tipo di conflitto sarà semplice come non mai, perché noi stessi ogni giorno viviamo dubbi e paure. Per uno scrittore esperto, sarà semplici trasporli sulla carta.</p>
<h3><strong>2 – conflitti personali </strong></h3>
<p>Questo tipo di conflitto è senza dubbio quello più facile da esplicare e vi ho già accennato quando parlavo di <strong>divergenze tra gli obiettivi dei vari personaggi</strong>. Chi di noi non si è mai imbattuto in un collega stronzo o un partner narcisista? Oppure, senza voler per forza dividere il mondo in buoni e cattivi: chi di noi non ha litigato con un amico, o con un parente perché uno voleva andare al mare e l’altro in montagna, o perché avevano opinioni diverse su determinate questioni? In questo caso, il personaggio che innesca il conflitto non deve necessariamente essere un antagonista. Siamo lontani dal cattivone della Disney (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cattivi_Disney" target="_blank" rel="noopener">approfondimento wiki</a>), senza umanità, caratterizzato soltanto dalla propria bastardaggine. Suggerisco quindi di caratterizzare al meglio ogni personaggio. Sarà più facile, poi gestire le interazioni.</p>
<h3><strong>3 – conflitti sociali</strong></h3>
<p>In questo caso il protagonista è in lotta contro un intero sistema che può riguardare un microcosmo come quello famigliare o quello lavorativo, o un macrocosmo come la società nel suo complesso. In questo caso il nostro eroe non lotterà quindi contro sé stesso, o contro una persona, <strong>ma contro la cultura a cui appartiene</strong>. Tutt’altro che rari sono infatti i casi in cui, per esempio, il protagonista vuole realizzare un sogno, e i genitori o il partner non sono d’accordo. Molti romanzi parlano anche di distacco dalla famiglia di origine, o di lotta politica, di tessuto sociale ostile. Insomma: ricordatevi che l’ambientazione storico-culturale è un personaggio a sé, e quindi può entrare in scena a fianco, o contro i personaggi, generando del conflitto. Sappiatela gestire bene!</p>
<h4><strong>Suggerimenti:</strong></h4>
<p>Prima di mettervi a scrivere pianificate al meglio la trama e cercate di nutrire il più possibile il conflitto. Se dopo la prima stesura il conflitto sembra ancora un po’ scarno, avvaletevi dell’aiuto di un editor, che <a href="https://www.chiarasolerio.it/editing/">editerà il vostro romanzo</a> o vi fornirà una <a href="https://www.chiarasolerio.it/consulenza-narrativa/">consulenza a tema. </a></p>
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		<title>Gli errori più comuni nei dialoghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jun 2023 16:50:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[GLI ERRORI PIÙ COMUNI NEI DIALOGHI È inutile girarci troppo intorno: i dialoghi rappresentano la bestia nera della maggior parte degli autori emergenti. E non solo. Anche autori che si sono cimentati per molti anni con generi diversi, possono avere difficoltà con i dialoghi nel momento in cui si trovano a lavorare in un romanzo.&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>GLI ERRORI PIÙ COMUNI NEI DIALOGHI</h1>
<p>È inutile girarci troppo intorno: <strong>i dialoghi</strong> rappresentano la bestia nera della maggior parte degli autori emergenti. E non solo. Anche autori che si sono cimentati per molti anni con generi diversi, possono avere difficoltà con i dialoghi nel momento in cui si trovano a lavorare in un romanzo. Questo perché scrivere un dialogo rende necessario parecchi accorgimenti narrativi, che non tutti hanno le capacità – o la voglia – di adottare. Un dialogo infatti deve essere funzionale alla narrazione, essere dinamico, mutare di registro a seconda del personaggio che parla, mettersi al servizio dello show don’t tell… insomma, deve essere gestito con la massima attenzione.</p>
<h2><strong>Quali sono gli errori più comuni nei dialoghi? Come si possono evitare?</strong></h2>
<p>Vediamolo insieme.</p>
<h3>1 &#8211; Errori nei dialoghi – abuso di dialogue tag</h3>
<p>Molti autori nemmeno sanno che si chiamino così, sebbene li utilizzino di frequente. I dialogue tag – letteralmente “etichette di dialogo” &#8211; sono quei verbi come “disse”, “urlò, “domandò”, e affini, utili a modulare la conversazione e a far capire quale personaggio stia parlando. Non sono belli, ma sono utili. A volte. Perché poveretti, questi dialogue tag: vengono sfruttati, abusati, fatti lavorare come se non ci fosse un domani. Invece, vanno usati con parsimonia e lasciati nel cassetto quando non servono. Molto spesso vengono buttati nella pagina come il pepe sulla pasta, ma sono del tutto superflui.<br />
Ecco due esempi di utilizzo smodato dei dialogue tag.</p>
<p><strong style="font-size: 14px;">1 a – </strong>Il primo caso di abuso di dialogue tag l’utilizzo di quei verbi che hanno lo scopo di far capire il tono della voce. Molto spesso sono pleonastici. Quindi, inutili<strong style="font-size: 14px;">.<br />
</strong></p>
<p><strong>Esempio:</strong> Mario irruppe nella stanza sbattendo la porta alle proprie spalle. Si avvicinò a Michele e lo guardò dritto negli occhi, animato da una furia indescrivibile: «Come diavolo ti sei permesso di provarci con mia moglie?» urlò.</p>
<p>In questo caso il verbo “urlare” è superfluo, perché è già chiaro che il personaggio stia urlando. La natura stessa della scena ce lo fa capire. Anche verbi come “ribattere”, “concludere” e “sottolineare” fanno abbastanza schifo, perché impliciti nella battuta stessa. Dunque, vi suggerisco di porvi questa domanda: è chiaro cosa sta provando il mio personaggio? Il suo tono di voce si evince dalla battuta? Se la risposta è sì, lasciate perdere. L’assenza della tag renderà la narrazione molto più fluida e piacevole.</p>
<p><strong>1 b –</strong> Secondo caso di abuso dei dialogue tag riguarda la tendenza a usare un numero maggiore di etichette quando si vogliono spezzare delle frasi troppo lunghe. In questo caso, sarebbe auspicabile utilizzare dei <strong>beat</strong>, ovvero piccoli gesti e azioni che ci aiutano a dinamizzare la scena e a far luce sull’umore dei personaggi.</p>
<p><strong>Esempio:</strong><br />
Mario si avvicinò a Michele. «Ho saputo una cosa da Giulia» disse. «Mi ha detto che sabato scorso, alla festa di Giovanni eri un po’ ubriaco, e quando ti ha accompagnato sul balcone a fumare le hai fatto delle avances molto esplicite» continuò. «Come ti sei permesso di provarci con mia moglie?» concluse.</p>
<p>Proviamo invece con i beat.<br />
Mario si avvicinò a Michele. «Ho saputo una cosa da Giulia» disse, prendendo posto al tavolo di fronte a lui. «Mi ha detto che sabato scorso, alla festa di Giovanni eri un po’ ubriaco, e quando ti ha accompagnato sul balcone a fumare le hai fatto delle avances molto esplicite» Guardò l’amico fisso negli occhi, quasi a voler scovare la verità nelle sue pupille. Poi, tirò un pugno sul tavolo. «Come ti sei permesso di provarci con mia moglie?»</p>
<p>Tutta un’altra cosa, vero?</p>
<blockquote><p><strong>Sei sei interessato all&#8217;argomento prova a leggere <a href="https://www.chiarasolerio.it/il-punto-di-vista-in-terza-persona-limitata/">&#8220;QUALI SONO GLI ERRORI PIÙ COMUNI CON IL PUNTO DI VISTA IN TERZA PERSONA LIMITATA&#8221;</a></strong></p></blockquote>
<h3>2 – Errori nei dialoghi – sospensione nel vuoto</h3>
<p>Questo errore di tecnica narrativa è anche chiamato <strong>sindrome delle teste parlanti:</strong> i personaggi sono burattini che sparano parole sulla carta senza compiere alcuna azione e senza che lo spazio abbia alcuna rilevanza. Ma ogni dialogo, e non solo in narrativa, si svolge in un contesto, in un’ambientazione. Chi parla si muove nello spazio e compie delle azioni. Un semplice “botta e risposta” può essere utile quando usato in modo consapevole per raggiungere determinati effetti narrativi. Se invece dipende dall’inconsapevolezza e/o dalla pigrizia dell’autore, il commento del lettore sarà inequivocabile: che palle!</p>
<p>Esempio:</p>
<p>Paolo entra in cucina e si siede di fronte a Luisa.<br />
«Martina mi ha raccontato tutto.»<br />
«Che cosa?»<br />
«Credo che tu lo sappia già.»<br />
«No, io non so proprio niente.»<br />
«Ha deciso di licenziarsi.»<br />
«Davvero? Io non ne sapevo niente.»<br />
«Io non ci credo, lei ti dice tutto, sono sicuro che lo sapessi.»</p>
<p>Ecco un tipico esempio di dialogo sospeso nel vuoto. Non ci dice nulla di chi sono Paolo e Luisa, di come sia la loro casa, dei loro problemi coniugali. Non ci sono occhiate civettanti, né sguardi in cagnesco. Non si sa se siano in piedi o seduti. Se lei sta spignattando, se lui è seduto a leggere il giornale, o viceversa. Non si sa, soprattutto, cosa stiano provando mentre parlano. Il dialogo è asettico, passivo. Piccolo compito a casa: provate a riscriverlo, arricchendolo di gesti, azioni e dettagli ambientali (attenti però all’infodump!). e vedrete come cambia l’effetto. Riuscirete a <strong>comunicare</strong> in modo molto più efficace.</p>
<h3>3 – Errori nei dialoghi – mancanza di realismo</h3>
<p>Premessa: i dialoghi non potranno mai essere del tutto realistici, sennò non si parlerebbe di narrativa, avremmo a che fare con un reportage giornalistico. Tuttavia, ci sono situazioni in cui il rischio di cadere nell’inverosimile è molto elevato. Questo accade soprattutto quando si ha a che fare con<strong> la rappresentazione dei sentimenti.</strong> Lasciamo perdere la tendenza a utilizzare un linguaggio da soap opera («Ti amerò fino alla morte, morirei per te») che è deleterio anche in un romance, quindi immaginiamo che effetto possa fare in un romanzo di altro genere. Qui stiamo parlando di una situazione diversa: l’autore non è in grado di costruire una scena che metta in luce le emozioni dei personaggi senza doverle per forza veicolare a parola. Quindi, affida tutto a una o più battute di dialogo, che finiscono per risultare posticce e pompose. Eppure, cavoli! La tecnica <strong>show don’t tell</strong> è una delle prime cose che si impara. Bisognerebbe imparare a usarla con perizia anche nei dialoghi. Provateci, e il testo cambierà sapore.</p>
<p>Esempio:</p>
<p>«Sono stanca morta perché stanotte non ho chiuso occhio, ho appena percorso trenta chilometri in macchina sotto il sole, mi puzzano le ascelle. Odio il mio compagno, e ogni volta che entro in ufficio mi sento male perché tu sei una collega di merda, invidiosa e pettegola, avrei voglia di licenziarmi, lasciare Luca e partire per le Hawaai, ma un lavoro stabile nella società di oggi è molto importante.»</p>
<p>Proviamo a riscriverla diversamente. Fa un po’ schifo perché la sto buttando giù di getto. Probabilmente avrà bisogno di un’editing! Però serve a rendere l’idea.<br />
Laura entra in ufficio e butta la borsa sulla scrivania. Un mugugno sommesso la raggiunge dalla postazione di fronte. Forse un saluto. Forse un insulto. Nota la collega Miranda, un metro e cinquanta di parolacce, fare capolino dallo schermo del suo pc. Nel dubbio, mormora un ciao sommesso e si predispone a ricevere l’ennesimo attacco.</p>
<p>Che, come previsto, dopo due secondi arriva.<br />
«Hai un’aria un po’ sbattuta, stamattina…»<br />
Laura finge di ignorare il sorrisetto compiaciuto della collega. È vero. Non ha dormito. Ha avuto un’estenuante discussione con Luca, e ha passato tutta la notte a rigirarsi nel letto.</p>
<p>«Me ne farò una ragione.» Sospira, distogliendo lo sguardo nell’illusione che le sue occhiaie non si notano. Lo sguardo, scivola su una gocciolina di sudore che campeggia sul braccio, quasi minacciosa. Sebbene siano le nove di mattina, quando è partita da casa la macchina era già un forno. E ora, dopo trenta chilometri nel traffico, dopo che un automobilista fumantino a bordo di una Panda le ha urlato “puttana” per un sorpasso un sorpasso sportivo dettato dall’urgenza di timbrare il cartellino, vorrebbe andare in bagno a darsi una sciacquata al viso, una passata di deodorante e magari di rossetto, per ricordarsi di essere ancora una donna, e non solo l’ingranaggio di una macchina produttiva. Fa per uscire, ma Miranda la blocca.</p>
<p>«Comunque mi piace la tua maglietta. Posso vederla?»</p>
<p>Laura non fa nemmeno a risponderle, che Miranda è già scattata sui tacchi alti, stringendo le chiappe. Si avvicina a lei e le sfiora una manica. Cazzo mi tocchi, vorrebbe urlare.<br />
«Molto, molto bella. Dove l’hai presa?»<br />
Ma che te ne frega! «Da Luisa Spagnoli, giù in centro!»<br />
«Ah!» Miranda raddrizza le spalle, stringe il viso in una smorfia tirata. Ora che può ipotizzare il prezzo, e sa di non potersela permettere perché deve mantenere</p>
<p>un figlio neet quasi quarantenne, sembra non piacerle più. «Comunque ti sta bene. Cioè, abbastanza. Peccato che tu abbia così poco seno.» Gonfia il petto, per mostrare le sue tette. «È un po’ una sfiga non averle, no?»<br />
«Eh già. Sei obbligata a dire cose intelligenti…»</p>
<p>Laura scosta il braccio come se Miranda avesse un morbo contagioso. Ma lei, che non ha capito la battuta, insiste: «Hai saputo cos’è successo alla Giovanna?»<br />
«No, e non mi interessa. Devo andare in bagno.»<br />
Laura passa i cinque minuti successivi seduta sulla tazza chiusa, con le mani nei capelli.</p>
<h3>4 – Errori nei dialoghi – infodump</h3>
<p>Poiché è un argomento al quale abbiamo dedicato ampio spazio, non credo sia il caso di andare ad aggiungere ulteriori specificazioni, se non che i dialoghi rappresentano il terreno più fertile per la manifestazione dell’infodump. Avete presente il problema del “as you know, Bob”?</p>
<blockquote><p><strong>Ecco! <a href="https://www.chiarasolerio.it/infodump-cose-e-come-evitarlo/">Vi rimando all’articolo che ne parla nel dettaglio.</a></strong></p></blockquote>
<p>Nell’infodump relativo ai dialoghi sento di dover inserire anche i preliminari della conversazione, non necessari in narrativa, o al massimo facilmente affidabili al dialogo indiretto.</p>
<p>Esempio:<br />
“Come stai?”<br />
“Bene, grazie, e tu?”<br />
“Anche io, dai.”<br />
Ecco. Tutto questo non ci serve, se non in rarissimi casi. I personaggi dei dialoghi non salutano, non dicono “pronto”, non usano intercalari che possano rallentare la narrazione. Potreste dire che non è realistico. Forse. Ma è utile.</p>
<h3>5 – Errori nei dialoghi – il registro dei personaggi</h3>
<p>Ciascun personaggio dovrebbe parlare con un linguaggio adeguato al proprio carattere, alla propria formazione culturale e al contesto in cui si muove. Invece spesso capita che:</p>
<p>&#8211; i personaggi utilizzino tutti lo stesso registro, che poi è lo stesso dell’autore;</p>
<p>&#8211; uno spacciatore del Bronx parli come un accademico del settecento, o viceversa.</p>
<p>Invece, ancora in fase di progettazione, si dovrebbe focalizzare al massimo le modalità espressive del proprio personaggio, comprendere se usa termini particolari (magari dialettali) e riuscire a conoscerlo talmente bene da sapersi immedesimare del tutto con lui, di modo che non sia necessario “studiare il linguaggio” ma diventi spontaneo utilizzarlo nel testo. Questo è possibile solo con tanto, tanto esercizio.</p>
<h2><strong>Vi vengono in mente altri significativi errori nei dialoghi?</strong></h2>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Gli archetipi di voegler nel mondo del lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2022 15:04:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[Partiamo dall’Abc: cos’è un archetipo? L’argomento è molto complesso ma, sintetizzando, possiamo dire che gli archetipi sono antichi modelli di relazione e personalità che costituiscono un’eredità condivisa per tutti i membri di una data collettività se non, addirittura, per tutto il genere umano. La costruzione dei personaggi di un romanzo è sempre costituita da archetipi.&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>Partiamo dall’Abc: cos’è un archetipo?</h1>
<p>L’argomento è molto complesso ma, sintetizzando, possiamo dire che gli archetipi sono antichi modelli di relazione e personalità che costituiscono un’eredità condivisa per tutti i membri di una data collettività se non, addirittura, per tutto il genere umano.</p>
<p>La costruzione dei personaggi di un romanzo è sempre costituita da archetipi. Non importa se questa trasposizione avvenga in modo voluto e consapevole oppure inconscio: per l’essere umano è impossibile stancarsi dei modelli di riferimento che fanno parte del proprio bagaglio culturale.</p>
<p>Per tale motivo, rimango sempre sorpresa quando gli autori dicono che hanno difficoltà ad applicare nei loro romanzi gli archetipi descritti da Christopher Voegler nel suo celebre libro “Il viaggio dell’eroe”. Una delle obiezioni che sento con maggiore frequenza, è la seguente: è più facile utilizzare gli archetipi quando si sta scrivendo un romanzo fantasy, o comunque ambientato in un mondo immaginario. Se invece parliamo del mondo in cui viviamo, diventa più difficile, perché non abbiamo a che fare con mostri e supereroi, ma con persone comuni, che devono essere caratterizzate in ogni minimo dettaglio, devono avere una personalità definita e molteplici sfumature caratteriale. In particolare, il rischio che sentono di correre è quello di cadere nel cliché, ovvero in una visione eccessivamente semplicistica del mondo reale.</p>
<p>Io non concordo con questa visione per due motivi:</p>
<ul>
<li>anche nei fantasy i personaggi vanno caratterizzati;</li>
<li>noi siamo circondati di archetipi, in ogni singolo giorno della nostra vita quotidiana.</li>
</ul>
<p>Ciascuno di noi ha un ruolo narrativo nelle esistenze delle persone che hanno a che fare con lui. Possiamo essere mentori, ombre, mutaforme. Possiamo mutare il nostro ruolo con il passare del tempo. Ma finiamo sempre per lasciare agli altri qualcosa di noi.</p>
<p>Non ci credete?</p>
<p>Per dimostrarvelo, ho deciso di fare un esperimento, ovvero applicare gli archetipi di Voegler a uno degli ambienti che la maggior parte di noi frequentano: l’ufficio.</p>
<p>Gli esempi che non sono tratti da libri e film specifici sono del tutto inventati. Ogni riferimento a fatti persone e cose è puramente casuale… o forse no! <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/16.0.1/72x72/1f609.png" alt="😉" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<h2><strong>L’archetipo dell’eroe </strong></h2>
<p>L’Eroe è colui che muove la storia e compie il viaggio che lo porterà a evolvere. Spesso mostra riluttanza a mettersi in gioco; talvolta è addirittura obbligato dal mentore, dall’antagonista o da altri archetipi narrativi. Ha in genere un punto debole su cui può essere colpito, e deve confrontarsi con una serie di prove (che possono essere fisiche o psicologiche), prima di raggiungere la trasformazione e guadagnare adeguata ricompensa. Nella maggior parte dei casi è il protagonista della storia. Nei romanzi corali, ci possono essere più eroi.</p>
<h3><strong>Chi può rappresentare l’archetipo dell’eroe in un contesto lavorativo?</strong></h3>
<p>Nei <em>chick-lit</em>, che ultimamente vanno molto di moda ma che io, salvo rare eccezioni, non apprezzo in modo particolare, l’eroina è sempre una donna in carriera un po’ sfigata che si innamora del collega molto “phygo” e inizialmente stronzo, o del capo, altrettanto stronzo. Esempi? “Il diario di Bridget Jones”: sarà sovrappeso e impacciata ma si tromba, nell’ordine, Hugh Grant, Colin Firth e Patrick Dempsey. Scusate se è poco! Oppure, “Guida astrologica per cuori infranti”. La serie non è granché, ma il libro è davvero divertente. Qui, la protagonista Alice cerca l’anima gemella basandosi sulle affinità astrologiche. Ma quando arriva Davide, un antipatico tagliatore di teste, fa di tutto per evitare di scoprire il suo segno zodiacale…</p>
<p>Però l’eroe, o l’eroina, possono anche vestire dei panni meno rosei, basti pensare a tutti i film e i romanzi che negli ultimi anni hanno affrontato il tema del precariato. Mi viene in mente, per esempio, “Tutta la vita davanti”, film di Paolo Virzì (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Virz%C3%AC" target="_blank" rel="noopener">approfondimento su Paolo Virzi</a>) del 2008, con Isabella Ragonese e un sempre Grande Elio Germano. Oppure, “Volevo solo dormirle addosso”, romanzo di Massimo Lolli del 1998, dal quale è stato tratto l’omonimo film con Giorgio Pasotti: in questo caso, è proprio il protagonista a essere un tagliatore di teste….</p>
<h2>L’archetipo del mentore</h2>
<p>Il mentore per eccellenza è Obi Wan Kenobi: rappresenta la guida che aiuta, allena o istruisce l’eroe. È colui che lo conduce lungo la strada della trasformazione, spingendolo ad agire. Talvolta, muore o scompare prima della prova decisiva, durante la quale il protagonista deve dimostrare di sapersela cavare da solo. Non sempre è identificato con un personaggio, ma può essere anche un concetto: la fede religiosa, la coscienza interiore ecc.</p>
<h3><strong>Chi può rappresentare l’archetipo del mentore in un contesto professionale?</strong></h3>
<p>Il mentore in ufficio potrebbe essere un collega più anziano e più saggio, qualcuno il cui carattere compensa, in un certo senso, quello dell’eroe, perché riesce a mettere in evidenza le sue debolezze e i suoi limiti. Oppure, può essere una persona completamente estranea al contesto in cui l’eroe si muove, ma dotato delle competenze e delle risorse per poterlo aiutare.</p>
<p>Al centro di una vicenda ambientata in un contesto professionale potrebbe avere anche una certa rilevanza l’assenza di mentore. Sfido chiunque di voi a non essersi mai trovato completamente solo in un ufficio in cui la maggior parte dei colleghi sono ostili. È una prova che tempra il carattere, che mette a nudo le proprie ferite.  Oppure, il mentore può cambiare ruolo, e diventare in certi momenti antagonista. Esserci, e poi sparire. Il rapporto con lei non dev’essere necessariamente armonioso e, a volte, il personaggio più pure mandarlo affanculo.</p>
<p>Anche il mentore può compiere un percorso evolutivo, confrontarsi con le proprie ombre, essere il diretto protagonista della sottotrama che lo riguarda. Anzi: questo è addirittura consigliato quando gli si vuole dare delle sfaccettature che aiutino a caratterizzare il personaggio. Occorre infatti ricordarsi che un archetipo non è un cliché, e che ogni personaggio può – anzi, deve! – essere caratterizzato da molteplici sfaccettature, essere animato da luci e ombre.</p>
<blockquote><p><strong>Se sei interessato all&#8217;argomento prova a leggere &#8220;<a href="https://www.chiarasolerio.it/scrittori-emergenti-errori/" target="_blank" rel="noopener">GLI ERRORI PIÙ COMUNI DEGLI SCRITTORI EMERGENTI</a>&#8220;</strong></p></blockquote>
<h2><strong>L’archetipo del guardiano della soglia</strong></h2>
<p>Il Guardiano della soglia è il Caronte della situazione, colui che funge da anello di congiunzione fra il mondo ordinario e il mondo straordinario (e, per il nostro esempio, tra il mondo fuori dall’ufficio e il mondo dentro l’ufficio). Può rappresentare un ostacolo per l’eroe, che deve superarlo per poter iniziare la nuova avventura. Alcune volte, può essere percepito come un nemico, ma in un certo senso dona energia all’eroe, che attraverso il confronto o conflitto con lui si mette alla prova, cresce e migliora. Oppure, il suo ruolo può fondersi con quello del mentore. Basti pensare alla medium interpretata da Whoopi Goldberg in Ghost: Oda Mae Brown appresenta l’unico legame esistente fra il mondo dei vivi e quello dei morti, dunque è un guardiano della soglia a tutti gli effetti. Però è anche guida e consigliera: diventa infatti l’unica alleata di Patrick Swayze nello svolgimento della sua missione, ovvero sciogliere i nodi irrisolti per poter riposare in pace.</p>
<h3><strong>Chi può rappresentare l’archetipo del guardiano della soglia in un contesto professionale?</strong></h3>
<p>Mi vien da sorridere: la prima persona che mi è venuta in mente è il portinaio. Nell’azienda in cui lavoro part-time in parallelo alla libera professione, il nostro guardiano si chiama Pietro, e io scherzo sempre con lui dicendo che è San Pietro, che costudisce le chiavi dell’azienda come il suo omonimo, decisamente più importante, costudiva quelle del paradiso.</p>
<p>Tuttavia, oltre a fondersi con il mentore, il guardiano della soglia può fondersi anche con l’ombra. E allora, ecco che potrebbe diventare il capo che deve dare la promozione all’eroe, che lo mette alla prova e crea difficoltà, oppure una collega già presente nell’ufficio quando quest’ultimo viene assunto: in poche parole, un ostacolo che va superato per poter fare a tutti gli effetti parte del “nuovo mondo” e ritagliarsi il proprio ruolo.</p>
<h2>L’archetipo del messaggero</h2>
<p>Il Messaggero comunica all’eroe l’inizio dell’avventura. A volte è un personaggio. Altre, è l’incidente scatenante (ad esempio il primo incontro fra i protagonisti) ma può essere anche una telefonata o un’email. Un annuncio trovato su un sito. Insomma: qualunque cosa rappresenti la cosiddetta chiamata, l’esortazione ad agire.</p>
<p>Scomodare l’arcangelo Gabriele mi sembra eccessivo, ma di esempi ce ne sono diversi. In “Sense8”, la mia serie Netflix preferita, il messaggero è Jonas, personaggio interpretato dall’attore che faceva anche Sahid in “Lost”: è lui a spiegare a Will il significato delle proprie visioni. In “Manifest”, altra serie che amo, ci sono “chiamate” continue. In Cenerentola, può essere il banditore che dà l’annuncio del ballo. Nei gialli, è sempre chi comunica all’ispettore o commissario di turno che c’è stato un omicidio, cosicché quest’ultimo possa buttare nella spazzatura il panino che sta mangiando e precipitarsi sul posto (ecco: questo è un cliché).</p>
<h3><strong>Chi può rappresentare l’archetipo del messaggero in un contesto professionale?</strong></h3>
<p>In ogni film o romanzo americano che si rispetti, c’è un messaggero che chiama l’eroe e gli dice: “sei stato licenziato”. Poco dopo, questo esce dall’ufficio con lo scatolone. Il messaggio, però, può essere anche qualcosa di più carino: una promozione, un nuovo incarico…</p>
<p>Se invece vogliamo generare dei conflitti narrativi, il messaggero può essere un seminatore di discordie. Ce ne sono tanti, negli uffici. Persone che sparlano, spettegolano, scassano gli zebedei. In un chick-lit, per esempio, ci potrebbe essere la classica collega con la minigonna e il rossetto che crea zizzania tra la Bridget Jones di turno il sul collega molto “phygo” o direttamente oppure, come accade in molte opere del genere, attraverso una conversazione orecchiata alla macchinetta del caffè. Anche i social, negli ultimi anni, sono diventati messaggeri molto efficaci: i like, le foto, gli stati WhatsApp… veri ambasciatori di disgrazie!</p>
<blockquote><p><strong>Articolo molto interessante che consiglio di leggere è &#8220;<a href="https://www.chiarasolerio.it/il-punto-di-vista-in-terza-persona-limitata/" target="_blank" rel="noopener">Il punto di vista in terza persona limitata</a>&#8220;</strong></p></blockquote>
<h2>L’archetipo del mutaforme</h2>
<p>L’archetipo del mutaforme, secondo me, si può esprimere in due diversi modi. Può essere un personaggio che cambia il suo ruolo nel corso della storia, che da nemico può diventare amico, o viceversa. Oppure, può essere un personaggio dall’identità indefinita, difficile da focalizzare. Spesso indossa una maschera, cerca di orientare i propri comportamenti e le proprie azioni in modo che gli altri abbiano una ben precisa percezione della sua identità, e non si mostra mai per com’è veramente.</p>
<p>A livello narrativo, questo archetipo è particolarmente efficace, perché genera dubbi e alimenta la tensione. Nella vita vera, è un po’ più difficile da gestire: chi non è abbastanza guardingo, viene fregato e poi si ritrova a scrivere su Facebook: “Odio le perzone falze!!!!!1111!!!!”. Che si tratti di realtà o finzione, comunque, è sempre una bella gatta da pelare, perché mette alla prova l’eroe. Per questo, a volte, anch’esso si fonde con l’archetipo dell’ombra.</p>
<h3>Come si esprime l’archetipo del mutaforme in un contesto professionale?</h3>
<p>Mi verrebbe da dire che, come evidenziava anche Erwing Goffman in “vita quotidiana come rappresentazione”, nel mondo del lavoro siamo un po’ tutti mutaforme. Basta pensare, per esempio, ai camerieri: magari in cucina ridono, scherzano, prendono in giro i clienti. Poi, passano attraverso le porte basculanti e all’improvviso si mostrano impettiti e seri: “Cosa desiderate, signori?”. Esiste un’etichetta, che spesso ci impedisce di mostrare del tutto la nostra vera faccia. Anzi, vi dirò di più: talvolta è meglio non farlo, se ci si vuole proteggere da pettegolezzi, maldicenze e cattiverie gratuite. Una persona riservata è meno attaccabile.</p>
<p>Tuttavia, ci sono persone che del mutaforme hanno proprio l’indole. Non dicono mai cosa pensano davvero. Passano da una parte all’altra, come bandierine. Si schierano con chi conviene. Si fingono amici, e poi ti pugnalano alle spalle. Insomma… il mondo del lavoro offre moltissimi spunti per questo archetipo narrativo, bisogna solo scatenare la fantasia.</p>
<h2>L’archetipo dell’ombra</h2>
<p>Spesso si tratta dell’antagonista ma, nei romanzi post-moderni, tale figura tende sempre più spesso a staccarsi da un personaggio reale e ad assumere una funzione psicologica, riflettendo traumi e paure mai superati che mettono l’eroe in pericolo. L’ombra può essere distrutta, annullata, oppure semplicemente accettata e compresa come parte integrante del proprio sé. In ogni caso, che si tratti di una persona reale, di una fobia o di un’infrastruttura mentale da demolire, l’incontro/scontro fra l’eroe e la sua ombra costituisce uno dei principali motori della storia. Per questo motivo, occorre tratteggiare l’ombra con molta cura. E lo so che questo potrebbe sembrare un ossimoro, perché un’ombra è per sua natura indefinita. Quindi, come ne usciamo? Solo con un salto nel buio. Il nostro, e quello dei personaggi.</p>
<h3><strong>Come si può esprimere l’ombra in un contesto professionale?</strong></h3>
<p>Anche qui, di materiale ne abbiamo a bizzeffe. Se desideriamo focalizzarci sulla trama e sugli eventi, potrebbe essere il capo stronzo (tutti ne hanno avuto uno!) o il collega che desidera farci le scarpe. Se poi si decide di parlare di mobbing professionale, sfondiamo una porta aperta. E, se il protagonista è un dirigente, l’ombra potrebbe essere rappresentato dai sindacati.</p>
<p>Però, c’è un fatto importante, al quale ho già accennato sopra: l’ombra rimanda sempre a una ferita psicologica del protagonista. Se non ci fosse quella ferita di base, il nostro eroe rimarrebbe del tutto indifferente, per esempio, a un collega che gli dichiara guerra. Se soffre per questo conflitto, può essere per svariati motivi, che risiedono in lui e nel suo modo di essere. Qualche esempio: ha un’indole pacifica e vorrebbe andare d’accordo con tutti; l’ultima battaglia che ha intrapreso è finita malissimo; dentro di sé è un bastardo patentato, e non vuole risvegliare questo lato della sua personalità… Insomma: non è tanto importante l’accadimento in sé, ma cosa esso muove nell’anima del protagonista e come lui reagisce. In fondo, tutto ciò che ci urta delle persone, che ci fa impazzire o uscire dai gangheri, ha sempre a che fare con parti di noi che abbiamo rifiutato o che non abbiamo mai voluto comprendere fino in fondo, come nel caso degli omofobi che poi finiscono sul giornale perché sorpresi a un festino con i trans. Quindi, attraverso il confronto con l’Ombra, l’eroe può guarire se stesso e trovare la chiave di un’inevitabile (e fondamentale sul piano narrativo) trasformazione.</p>
<h2><strong>L’archetipo dell’imbroglione</strong></h2>
<p>L’imbroglione è una delle figure tipiche dei buddy-movies degli anni ottanta. È la spalla comica che crea contrattempi e stimola cambiamenti. È come il matto dei tarocchi: colui che spiazza, confonde, ma può anche offrire al lettore un momento di allegria e distensione prima del climax narrativo. È una macchia di colore sulla tela bianca: disarmante, e immediatamente visibile. Spesso non ha una vera e propria evoluzione, talvolta potrebbe diventare caricaturale, ma dà quella giusta dose di pepe che aiuta certe trame a non diventare deprimenti. Appare come un buffo e scanzonato compagno di viaggio, un individuo irriverente e ironico, grazie al quale l’eroe trova spesso soluzioni impensabili ai propri piccoli problemi quotidiani.</p>
<h3>Come si esprime l’archetipo dell’imbroglione in un contesto professionale?</h3>
<p>Credo che ciascuno di noi abbia un collega che gioca a fare lo scemo, che si diverte a disegnare cazzi sulle scrivanie altrui, o entra in ufficio cantando. In molti chick-lit, questo collega è gay, e aiuta la protagonista a scegliere i vestiti per l’appuntamento con il capo “phygo”. Nei gialli, potrebbe essere un poliziotto anziano e sovrappeso, tipo Catarella di Montalbano, o un giovane raccomandato come Marco Aragona de “I bastardi di Pizzofalcone”, che vive in un albergo di lusso a spese dei genitori, gira con un paio di occhiali a specchio, si fa chiamare Serpico, dice una cazzata dopo l’altra ma spesso, grazie a una di queste cazzate, risolve il caso.</p>
<h3>Per concludere</h3>
<p>Vi vengono in mente altri esempi di archetipi?</p>
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		<title>Come scrivere un&#8217;autobiografia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Solerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2022 13:47:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[COME SCRIVERE UN&#8217;AUTOBIOGRAFIA Prendete un autore alle prime armi. Anzi, primissime. Per esempio, uno studente delle scuole superiori. Potrà avere delle nozioni scrittorie di base, magari acquisite grazie alla lettura, ma è difficile che conosca le principali tecniche narrative: come strutturare una trama, caratterizzare i personaggi, rappresentare l&#8217;ambientazione, ecc. E magari non conosce altra realtà&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>COME SCRIVERE UN&#8217;AUTOBIOGRAFIA </strong></h1>
<p>Prendete un autore alle prime armi. Anzi, primissime. Per esempio, uno studente delle scuole superiori. Potrà avere delle nozioni scrittorie di base, magari acquisite grazie alla lettura, ma è difficile che conosca le principali tecniche narrative: come strutturare una trama, caratterizzare i personaggi, rappresentare l&#8217;ambientazione, ecc. E magari non conosce altra realtà se non il proprio piccolo mondo.  Però, dentro di lui, si muove l&#8217;urgenza di <strong>scrivere un romanzo</strong>. Eh sì, perché l&#8217;idea di base è sempre questa. Un romanzo.  Ma quando non ci sono gli strumenti per gestire un&#8217;opera del genere, il punto di riferimento diventa inevitabilmente la propria autobiografia. Pensateci un attimo, però: cosa può avere di interessante, per un lettore, la storia di una persona comune? Certe esperienze che ci hanno formato, che ci hanno fatto sentire “grandi”, sono importanti per noi, per la nostra crescita, ma possono risultare banali per chi legge. Inevitabile, quindi, che ci si trovi a dilungarsi su episodi all’apparenza insignificanti. Oppure che si crei un ibrido tra realtà e finzione in cui l&#8217;urgenza di raccontare se stessi ha la meglio sulla volontà di offrire al lettore un&#8217;opera narrativa in grado di conquistarlo. Nella maggior parte dei casi, dopo aver macinato pagine su pagine senza un progetto, senza uno scopo, sarà l&#8217;autore stesso a perdere di vista il confine tra realtà e finzione, e a non sapere più in che modo indirizzare una trama che manca del tutto di un progetto. Così, il libro viene abbandonato senza pietà. E non è nemmeno escluso che l&#8217;autore decida di appendere le scarpe al chiodo: a volte, un fallimento fa passare del tutto la voglia di imparare.</p>
<p>Ipotizziamo invece che l&#8217;autore sia una persona ricca di esperienze e decida di raccontarle <strong>in una vera e propria autobiografia</strong>. Sarà un professionista? Nella maggior parte dei casi no. Per lo meno, non lo sono coloro che si rivolgono a me. Mi è capitato, per esempio, di editare l&#8217;opera di un importante imprenditore, o di una persona che ha lavorato per vent&#8217;anni nelle ONG (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_non_governativa" target="_blank" rel="noopener">significato wiki</a>) e viaggiato per tutto il mondo. Certo, in questo caso un ghostwriter potrebbe dare il giusto colore alla narrazione perché è in possesso degli strumenti per rendere accattivante il vissuto individuale, trasponendolo in una forma adeguata al contesto editoriale. Ma molti di questi individui &#8211; e lo dico con immenso piacere &#8211; vogliono scendere in campo in prima persona, lavorare alla propria opera mettendoci la faccia e la tastiera. Quindi, dovranno adottare trucchetti e stratagemmi per romanzare il proprio racconto, selezionare gli eventi davvero importanti ed evitare di scivolare nel reportage giornalistico. Poi, un bravo editor farà tutto il resto.</p>
<blockquote><p><strong>Se sei interessato all&#8217;argomento prova a leggere anche <a href="https://www.chiarasolerio.it/scrittori-emergenti-errori/" target="_blank" rel="noopener">GLI ERRORI PIÙ COMUNI DEGLI SCRITTORI EMERGENTI</a></strong></p></blockquote>
<h3><strong>Ecco quindi qualche consiglio per scrivere un&#8217;autobiografia&#8230;</strong></h3>
<h2><strong>Chiarire perché volete scrivere un&#8217;autobiografia</strong></h2>
<p>La scrittura è catartica, e io lo so meglio di tutti, visto che per anni, sul mio blog Appunti a Margine, ho parlato della scrittura di getto e del suo valore terapeutico. Scrivere di sé, senza progettare e senza pensare, può aiutare a &#8220;purificare la propria anima&#8221; e a sciogliere nodi irrisolti. Tuttavia, non è necessario ambire alla pubblicazione, o sforzarsi per dare al proprio narrato una connotazione letteraria. Potrebbe essere sufficiente un diario, sapete? Quindi, &#8220;voglio scrivere un&#8217;autobiografia perché mi fa bene&#8221;, non è una risposta sufficiente per intraprendere un progetto di ampio raggio. Altrimenti, rischiate di ritrovarvi nella situazione descritta all&#8217;inizio: quella di una persona che ruota intorno a tutti i propri non detti senza riuscire né ad aiutare se stessa né a donare qualcosa di utile al lettore. A questo punto, è più utile scrivere soltanto per sé, fino a quando tutta la spazzatura interiore non sarà del tutto sviscerata. Non sottovalutate questo esercizio: si tratta di un&#8217;ottima palestra per le proprie abilità narrative. Scrivere i propri pensieri e poi rileggerli è un ottimo metodo, seppur solo uno dei tanti, per sviluppare e coltivare la propria professionalità. Certo, se lo si fa con una guid, meglio ancora.</p>
<h3><strong>Definire a chi è rivolta la propria autobiografia</strong></h3>
<p>Questa domanda è la diretta conseguenza di quanto scritto sopra: quali lettori possono trarre giovamento dalla lettura della vostra storia? Su quale &#8220;mondo&#8221; volete far luce? Prendiamo per esempio Malala Yousafzai, nota per il suo impegno per l&#8217;affermazione dei diritti civili. Nel suo libro <em>Io sono Malala</em>, racconta della propria lotta per il diritto allo studio e dell&#8217;attentato subito su un autobus da un uomo che voleva opporsi a tale rivendicazione di libertà. Il pubblico del suo libro è l&#8217;intera società civile, anche per questo è stata la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la pace. Forse voi non ambite a tanta visibilità, anche se ve lo auguro con tutto il cuore. Però, partire da un target iniziale è importante sia per definire i toni che adotterete, sia per trovare alla vostra opera un&#8217;adeguata collocazione editoriale.</p>
<p><strong>Evitate soluzioni ibride</strong></p>
<p>Ne ho già parlato sopra: volete metterci la faccia? Allora fatelo fino in fondo. E, se la vostra vita non ha abbastanza eventi rilevanti per diventare oggetto di un&#8217;autobiografia, piuttosto rinunciate a parlarne, ma vi prego, evitate di arricchire la narrazione con dettagli di pura invenzione. Anche perché, talvolta, vi ritroverete a scivolare in un completo irrealismo senza nemmeno rendervene conto. Mi è capitato di recente di editare un&#8217;opera in cui realtà e finzione erano mescolate in modo a dir poco grossolano, e posso assicurarvi che è stata l&#8217;unica collaborazione fallimentare di tutta la mia carriera: sebbene il libro mancasse totalmente di struttura e fondamento, l&#8217;autrice faceva orecchie da mercante. Lo voleva così, punto. Quindi, all’inizio parlava del suo cane, per poi deviare verso una trama completamente inventata, così intricata da far invidia persino a <em>Beautiful. </em>E vi assicuro: a nulla sono valsi i miei tentativi di farle scegliere l&#8217;una o l&#8217;altra soluzione, perché aveva fretta di godere della visibilità che una pubblicazione può dare, e si è tuffata su Amazon senza il paracadute. Inutile dire che il libro è stato ritirato dopo poco tempo. Se deciderà di riscriverlo con maggior consapevolezza, di sicuro non sarà con me.</p>
<h3><strong>Decidete il nucleo della vostra storia</strong></h3>
<p>Una vita è una vita: è ricca di eventi, di intrecci, di apparenti casualità, di punti di svolta, di lacrime. Difficile raccontarla tutta. E, oserei dire, anche inutile. Noioso per il lettore. Pertanto, io suggerisco sempre di individuare un argomento chiave, intorno al quale far ruotare tutto il resto: un viaggio che vi ha cambiato la vita, una scoperta scientifica strabiliante, l&#8217;impegno contro la violenza, la vittoria del Premio Pulitzer. Ogni dettaglio autobiografico contenuto nel libro, dovrà quindi essere legato alla struttura fondante, quella che lo regge in piedi, evitando il più possibile di cadere nell&#8217;<strong>infodump</strong> (<a href="https://www.chiarasolerio.it/infodump-cose-e-come-evitarlo/" target="_blank" rel="noopener">articolo dedicato clicca qui</a>).</p>
<p>Se io, per esempio, dovessi raccontare di come la vicinanza alle filosofie orientali e l&#8217;interesse per le discipline esoteriche abbiano cambiato la mia vita, potrei parlare di mia zia e dei suoi studi astrologici che da bambina mi affascinavano tanto, oppure di quando, l&#8217;11 settembre 2001, ho trovato un libro sulla reincarnazione &#8220;per caso&#8221; alla Feltrinelli di piazza del Duomo a Milano. I miei studi dalle suore possono essere utili? Sì, nel momento in cui i loro insegnamenti si sono mostrati limitanti. E il bullismo subito alle elementari, forse, anche: c&#8217;è un motivo per cui mi consideravano &#8220;strana&#8221; e mi maltrattavano, ovverlo il fatto che ero sempre un metro oltre alla massa, avevo interessi diversi dai coetanei. Ma la separazione dei miei genitori, per quanto fondamentale per la mia esistenza, potrebbe non avere alcuna rilevanza. In tal caso, basterebbe un cenno, senza bisogno di dilungarsi troppo.</p>
<h3><strong>Abbiate cura della trasposizione letteraria</strong></h3>
<p>L&#8217;autobiografia è a tutti gli effetti un&#8217;opera di narrativa, e come tale dovrebbe essere trattata. Pertanto, sarebbe cosa buona e giusta curarvi di:</p>
<ol>
<li>a) caratterizzare i personaggi coinvolti;</li>
<li>b) caratterizzare l&#8217;ambientazione;</li>
<li>c) fare in modo che ci sia una trama.</li>
</ol>
<p>Attenzione, però: lungi da me suggerire la soluzione &#8220;ibrida&#8221; di cui sopra. Romanzare un&#8217;autobiografia significa semplicemente renderla accattivante per il lettore. Quindi, far sì che ogni dettaglio abbia un senso all&#8217;interno della narrazione. Se avete preso il treno per andare a Roma, non dovete chiedervi cosa rappresenti quel treno per voi, ma cosa possa rappresentare per il lettore. E voi stessi non sarete più voi, bensì un personaggio letterario vero e proprio, anche se il prezzo da pagare sarà sacrificare alcune parti di sé per metterne in luce altre, selezionare cos’è importante e cosa no.</p>
<p>La cosa vi può sembrare strana? Vi spaventa?</p>
<p>In tale frangente <strong>adottare un punto di vista in terza persona </strong>potrebbe aiutarvi, ma senza falsare troppo la vostra identità, altrimenti ricadiamo nell&#8217;ibrido di cui sopra.</p>
<blockquote><p><strong>Articolo che ritengo molto interessante e che consiglio spesso di leggere è <a href="https://www.chiarasolerio.it/cosa-comunica-il-nostro-modo-di-scrivere/" target="_blank" rel="noopener">Cosa comunica il nostro modo di scrivere</a></strong></p></blockquote>
<h3><strong>Siate onesti</strong></h3>
<p>Il fatto di diventare personaggi letterari non deve portarvi a mostrarvi diversi o migliori da ciò che siete in realtà. Gli eroi senza macchia e senza paura non piacciono a nessuno, né nel mondo reale, né in un mondo narrativo. Quindi, se nella vostra vita c&#8217;è qualcosa che vi spaventa, o di cui vi vergognate, avete due strade: sbatterlo sulla pagina con sprezzo del pericolo per esorcizzare il suo potere, oppure parlare d&#8217;altro. Se non si ha abbastanza confidenza con le proprie ombre, la seconda soluzione è preferibile.</p>
<h3><strong>Rendete la vostra storia universale</strong></h3>
<p>Senza questo passaggio fondamentale, la trama che narrate nel vostro libro sarà solo l&#8217;esposizione cronachistica di una vicenda personale, che potrebbe anche non suscitare alcun interesse nel lettore. Invece, proprio come accade con i romanzi, la vostra storia deve poter diventare la storia di tutti e parlare con il cuore, con sincerità e con la massima trasparenza, all&#8217;anima del lettore. Prendiamo di nuovo l&#8217;esempio di Malala: la sua è la storia di una persona sola, ma rappresenta la storia di tutte le donne discriminate. Allo stesso modo, &#8220;Una chiacchierata con papà&#8221; di Tiziano Ferro, che mi fu regalato anni fa proprio da mio padre, racconta delle difficoltà comunicative tra un padre e un figlio. E chi non ne ha avute? Allo stesso modo, le biografie degli sportivi raccontano di lotte e di fallimenti. Quelli degli artisti di quanto sia importante coltivare i proprio sogni. E quella di Rocco Siffredi&#8230;beh, traete voi le dovute conclusioni?</p>
<h2><strong>Per concludere: avete mai scritto un&#8217;autobiografia? Avete altri consigli da aggiungere a questi?</strong></h2>
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