PERCHÉ È UN ERRORE FARSI CORREGGERE UN TESTO DALL’IA
Lo dico senza mezzi termini: per deformazione professionale odio l’utilizzo dell’IA per redigere e correggere testi. Mi sono infatti sempre battuta per una comunicazione autentica, fuori dagli schemi e dalle frasi fatte, e arriva uno strumento che, nel ricorso al cliché, trova la sua stessa essenza.
Sarà che trituro centinaia di parole al giorno, ma se c’è lo zampino dell’IA me ne accorgo: quando leggo un messaggio su WhatsApp, quando leggo un articolo o un post su Facebook… Addirittura ho trovato l’annuncio per un corso di scrittura creativa, creato con l’IA. E non posso fare a meno di pensare che questo strumento stia devastando le nostre capacità comunicative, e aumentando il peso della maschera che portiamo. L’IA avvolge infatti i nostri scritti con un’aura di fasulla perfezione, togliendo loro il privilegio di parlare al cuore. Certi testi, per quanto impeccabili, hanno per me il sapore dell’inganno.
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I miei autori hanno mai scritto libri con l’intelligenza artificiale?
Ho ricevuto diverse mail di presentazione scritte con l’IA (cosa che già di per sé è ridicola: se stai cercando un editor fai una figura pessima) ma di libri solo uno, un volumetto finalizzato a pubblicizzare l’attività dell’autore. Lo scopo era il personal branding, ma di personal lì c’era ben poco: nemmeno un cenno a chi fosse l’autore e a quali fossero le sue competenze. Sembrava un copia-incolla di articoli presi da internet.
Quindi appena gli ho detto che era da scrivere e da potenziare ha mollato il progetto. Inserire delle informazioni su Chat GPT per tirare fuori un testo non ti rende scrittore, eppure molti si ostinano, e vogliono provarci lo stesso, stimolando nell’editor una serie di imprecazioni da far rabbrividire pure Sgarbi.
Altra domanda: hai mai ricevuto libri precedentemente corretti dall’IA?
E qui purtroppo devo dire di sì. Ne ho ricevuti diversi. Alcuni dei miei autori alle prime armi, convinti di consegnarmi un testo dalla qualità maggiore, prima di inviarmi il libro hanno voluto dargli una piccola ripulita con l’IA, senza rendersi conto che non hanno agevolato il mio lavoro, ma lo hanno complicato. Se si vuole utilizzare l’IA per togliere qualche refuso, garantire il rispetto delle norme editoriali, o eliminare i doppi spazi può anche darci una mano. Ma, lo scrivo a chiare lettere, L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NON DEVE ASSOLUTAMENTE INTERVENIRE SULLA FORMA DI UN LIBRO! MAI!
Se consentite all’IA di intervenire sui vostri libri, io non posso limitarmi a editarlo, a verificare la coerenza della trama, la profondità dei personaggi, eccetera, ma devo riscriverlo quasi del tutto per ridargli personalità, con un consistente aumento dei costi per voi. O, in alternativa, devo farlo fare a voi, con un dispendio di tempo ed energia. Capite che si tratta di un passo indietro: il vostro testo, per quanto imperfetto, era già unico, autentico. Quindi, il lavoro fatto insieme, consentiva un ampio margine creativo e valorizzava ancor più la vostra voce. Il passaggio sotto le spire dell’IA, invece, riduce lo stile a un ammasso di cliché e di frasi fatte, costringendoci a ricostruire da capo l’intero assetto formale del libro.
Ma vediamo nel dettaglio: in che modo l’intelligenza artificiale appiattisce i vostri testi?
La struttura delle frasi create dall’IA è ripetitiva
L’IA non concepisce l’ipotassi. Il 99% delle frasi scritte da Chat Gpt & Co ha struttura paratattica. Ne consegue un ritmo monocorde, con frasi dalla struttura simile, che viene ripetuta fino all’esasperazione, perché così vuole l’algoritmo.
Qui sotto, propongo tre esempi significativi di ciò che voglio intendere. Solo tre, ma già sufficienti (si spera) a farvi capire che state massacrando i vostri testi.
Accostamento di negazione e affermazione
Nel bosco non c’era cemento. Non c’erano auto. C’era solo la natura selvaggia.
A volte, le due proposizioni sono separate da un’avversativa:
Non sorrise con gli occhi, o con la bocca, ma sorrise con tutto il corpo.
Questa frase è già un po’ lunga per l’IA. di norma sarebbe:
Non sorrise con gli occhi. O con la bocca. Ma con tutto il corpo.
Queste sono formule che si rifanno al mondo del marketing, ma non servono nei romanzi perché non portano alcun valore aggiunto. Al contrario creano un’enfasi artificiosa, fasulla. E, considerando che se ne trovano a iosa, ridondante.
Serie di tre
che possono riguardare azioni:
Se ne andava al cinema, in discoteca, al pub;
Oppure aggettivi:
Quando arrivò al bar era elegante, pettinato, profumato;
Liste intese in senso lato:
Acquistò un po’ di pane, una bottiglia d’acqua e un etto di prosciutto;
Spolverò i quadri, il comò e le maniglie delle porte.
Io tendo a evidenziare in grigio questi passaggi, per dare all’autore la possibilità di personalizzarli. A volte ci sono pagine interamente grigie.
Ma la cosa più terribile è la combo: negazione affermazione + serie di tre:
Non bello. Non simpatico. Non intelligente. Eppure carismatico, brillante, vivace.
Giuro che non ho inventato nulla, i testi corretti dall’IA sono davvero così. E se un passaggio ci può anche stare, immaginatevi libri interi formulati in questa maniera.
Frasi brevi, spesso senza il verbo
Questa l’ho trovata in un libro proprio ieri. O meglio: ho trovato la struttura e l’ho modificata cambiando le parole e il significato, per rispetto verso l’autore. La serie di tre, le negaffermazioni, le frasi brevi senza reggente, esistevano già:
Le amiche organizzarono distrazioni. Aperitivi. Cene. Pettegolezzi. Ma lei non riusciva a distrarsi. Forse per il trauma. Forse per masochismo.
A volte l’IA simula l’esistenza dell’ipotassi, inserendo delle relative che però non si agganciano ad alcuna proposizione principale:
Ho incontrato Fabio, ieri. Che era molto felice di trovarsi in città.
Immaginate un intero libro con frasi scritte in questo modo. Ma soprattutto immaginate I DIALOGHI: sebbene ogni battuta debba rispecchiare l’eloquio del soggetto parlante, con l’IA ci troviamo centinaia di personaggi che comunicano nella stessa maniera. Leggendo libri del genere, ci si appiattisce il cervello.
In sintesi: un testo scritto da un essere umano presenta variazioni nel ritmo che rendono l’esperienza di lettura coinvolgente. Leggere un testo su cui è intervenuta l’IA, invece, è emozionante come leggere il manuale di istruzioni di un televisore. Il testo è piatto, monocorde, e anche il nostro cervello lo può diventare perché perde completamente lo stimolo alla comprensione e alla riflessione: non deve sforzarsi di entrare nel testo, perché il testo è facile, fruibile, adatto al pubblico di internet, più che a quello dell’editoria.
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Anche il lessico dell’IA è ripetitivo
Nello specifico:
- È limitato;
- Si adatta a un target generalista;
- Fa riferimento ai parametri della comunicazione funzionale.
Pertanto, l’IA tende a utilizzare parole molto semplici, facilmente comprensibili a tutti, sempre con riferimento al pubblico di internet. Le parole scelte non sono letterarie, ma sono, in un certo senso, funzionali, basate sui principi della comunicazione ad alto impatto commerciale. È così, anche quando chiedete all’IA di editare un testo letterario. Per questo motivo, nei testi scritti o editati dall’IA troviamo sempre le stesse parole. Ve ne cito qualcuna: testimonianza, sottolineare, spingere, incrollabile, voce metallica, precisione chirurgica, sentito, abbracciare, promuovere, accendere, potenziare, amplificare, catalizzatore, esempio, pietra miliare, sfruttare, degno di nota, senza precedenti, profondo, cruciale, viaggio, nel mondo frenetico di oggi, è opportuno notare che… oltre, ovviamente, alle negazioni e alle frasi avversative.
In poche parole, l’IA asseconda la nostra pigrizia mentale regalandoci cliché, frasi e parole estremamente semplificati, che ci obbligano a spegnere il cervello. Questo non accade nei testi scritti da umani, che hanno invece una ricercatezza stilistica maggiore, e si preoccupano di usare sinonimi e giocare con le parole, allo scopo di evitare ripetitività e monotonia. Le nostre parole hanno energia; quelle dell’IA sono vuote. Questa è la differenza fondamentale.
Per quanto riguarda la spersonalizzazione del testo da parte dell’IA, io credo che nei testi redatti e/o corretti dall’IA ci siano tre grandi assenti:
1 – Lo stile di scrittura:
I testi generati o corretti dall’IA mancano del calore e delle sfumature che caratterizzano il linguaggio umano perché rappresentano uno standard universale. Hanno un assetto, un andamento robotico, perché partoriti da un robot. Dopo averne letti tantissimi, sono giunta al punto che, quando trovo una piccola imprecisione in un testo (soprattutto sui social, dove l’IA la fa da padrone) la benedico quasi, la considero un esempio di purezza, di bellezza. Quelle piccole incongruenze, che un tempo erano specchio di una scrittura per me poco curata, oggi sono diventate obiettivi a cui ambire, perché c’è la vita, lì dentro, c’è energia.
2 – Il contesto:
L’IA non conosce il mondo in cui viviamo e quindi non è in grado di riprodurlo in tutte le sue varianti. La descrizione delle case, delle città (anche quelle esplicitamente menzionate, tipo Roma) seguono tutte il medesimo standard. Una scena potrebbe svolgersi in qualsiasi punto del pianeta ove sia ubicato un semaforo, per esempio, o in qualsiasi casa dove sia un cuscino di colore rosso. Ne consegue che anche i personaggi sono privi di background socio-culturale, perché uniformati al mondo narrativo che si vuole riprodurre. Immaginate che impatto abbia, tutto ciò, sui dialoghi: decine e decine di personaggi che si esprimono nella stessa maniera. I personaggi perdono la loro caratterizzazione: se affidati a un robot, diventano robot anche loro. Non faranno battute ironiche, non vivranno le loro emozioni, che saranno descritte dall’esterno (tanto tell, niente show, quindi) e non sapranno trasmettere nulla, al lettore, se non una fila di parole fredde. Quest’ultimo, inevitabilmente si annoierà.
3 – L’emozione
Non c’è molto da spiegare, qui: l’IA non ha un mondo emotivo, non conosce le emozioni, di conseguenza non le sa generare e non le sa creare. I romanzi su cui è intervenuta l’IA sembrano post su Facebook, sono completamente incapaci di entrare in risonanza con il mondo emotivo del lettore. E forse è meglio così: quando anche le emozioni diventeranno territorio dell’IA, per noi sarà la fine. Finché questo non accadrà, ci sarà un barlume di speranza
Perché non far intervenire l’IA sui vostri testi: conclusione.
Se, pensando di fare un favore all’editor, fate passare il vostro testo sotto lo sguardo dell’IA, lo peggiorate, perché andate a togliere tutto il vostro contributo creativo. Di conseguenza l’editor, anziché limitarsi a correggere un testo magari imperfetto ma personale, deve restituire individualità a un libro che prima ce l’aveva. Questo è un lavoro doppio, e richiede doppio investimento all’autore: ne vale davvero la pena? Pensate di fare una figura migliore, rivolgendovi all’IA, ma ciò che mi trasmettete è solo una profonda insicurezza.
E notate che ora ho parlato dell’IA solo in riferimento all’intervento sui testi: prima o poi parlerò dell’IA nella progettazione dei libri, e anche lì avrò molto da dire…







