GLI ERRORI PIÙ COMUNI DEGLI SCRITTORI EMERGENTI
Negli ultimi cinque anni ho editato numerosi romanzi, molti dei quali scritti da autori alle prime armi. Credetemi: si può parlare a lungo dell’unicità, del fatto che ogni persona è diversa dall’altra, ma spesso i processi mentali e psicologici sono simili, e di conseguenza danno origine a problematiche ricorrenti. Per questo motivo, ho deciso di rispondere a una domanda che mi viene rivolta di continuo.
Quali sono gli errori più comuni degli scrittori emergenti?
Ce ne sono tantissimi ma, per evitare un post di “millemila” parole, ho deciso di individuare quattro categorie. All’interno di ciascuna di esse, ho riportato i tre errori più comuni, per un totale di dodici errori. Ho deciso di limitarmi agli errori di scrittura dopo essere arrivata oltre le 1500 parole. Degli errori tecnici e narrativi parlerò in altri post, anche perché le argomentazioni saranno molte più approfondite. Condensare tutto in un unico articolo mi impedirebbe di essere abbastanza esauriente.
Iniziamo dunque il nostro viaggio negli errori più comuni degli scrittori emergenti…
1 – ERRORI ORTOGRAFICI
Sì, lo so, sembra assurdo che uno scrittore possa commettere errori ortografici, però è una situazione molto più comune di quanto non si creda. Tale noncuranza, secondo me, affonda le radici in un contesto socioculturale che dà poca importanza alla comunicazione scritta. Non parliamo dei social, dove vige il dominio incontrastato della cattiva scrittura. Purtroppo, è così ovunque. Pochissime aziende, per esempio, si preoccupano di organizzare corsi di comunicazione e scrittura professionale. Quindi, il mondo è pieno di persone che scrivono “così come viene”, che pensano “intanto nessuno ci farà caso”, che sono in grado di coniugare un congiuntivo ma trascurano del tutto finezze come quelle di cui sotto, perché non conoscono le regole. E vi dirò di più: a volte il semplice esercizio non basta, se non c’è la volontà di documentarsi e auto-correggersi. Talvolta in prima stesura segnalo degli errori, e poi me li ritrovo nella seconda. Secondo voi perché? È facile capirlo: non ci si preoccupa di portare consapevolezza in ciò che si fa. Intanto, se si sbaglia, poi, ci pensa l’editor…
La “d” eufonica.
Un consiglio: ciò che avete imparato alle elementari sulla “d” eufonica, dimenticatelo. Non è vero che la si usa quando la parola successiva inizia con una vocale, ma solo quando inizia con la stessa vocale della parola che precede. Forse non sarà così nei contratti, nelle procedure aziendali e nei documenti che hanno il sapore dell’ufficialità, ma in editoria è stata abolita da decenni perché talvolta è tutt’altro che eufonica, diventa cacofonica e interrompe il placido scorrere della narrazione. La lingua italiana si evolve. Noi stessi, ci evolviamo. Non sembriamo più colti se scriviamo come Manzoni, solo fuori tempo. Si dovrà quindi dire “vivo ad Aosta” e non “vivo ad Erba”: ricordatevelo, mi raccomando.
Metto l’accento o no?
La parola “sì”, affermazione, va scritta con l’accento, in quanto in origine era l’abbreviazione di “così”. Viceversa, “si” senza accento, è un pronome riflessivo atono di terza persona.
Un esempio:
“Hai saputo che Marco si è laureato?”
“Sì, me l’ha detto sua mamma”.
Chi non conosce questa differenza, invece, non dovrebbe laurearsi.
Caso analogo è quello di sé (pronome personale) versus se (congiunzione con valore ipotetico). Per non parlare di da (preposizione semplice) e dà (terza persona del verbo dare), alla quale possiamo anche aggiungere da’ (imperativo del verbo dare). Tutte queste parole sono tendenziose, perché il correttore automatico di Word non le evidenzia in quanto non le riconosce come errori: dovete impararle voi, non esiste alcun’altra strada, purtroppo. Quindi, prestateci attenzione.
Attaccato o staccato?
C’è un errore molto comune tra gli scrittori esordienti che credevo fosse fatto solo dai tamarri su Facebook. Invece no: anche nei libri ho trovato scritto “tutto apposto” per dire “tutto bene”, o “tutto okay”. E, credetemi, ogni tanto qualche imprecazione mi scappa. Apposto è il participio passato del verbo apporre. Se riuscite a capirlo, è tutto a posto.
Dello stesso tenore è la parola aldilà: l’oltretomba, l’ade, il regno dei morti e degli zombi. Quindi, se non stare per morire e dovete solo attraversare un fiume, dovete scrivere al di là.
2 – ERRORI LESSICALI
Per definizione, l’errore lessicale è quello che ci spinge a usare una parola sbagliata invece di quella corretta: il classico “fischi per fiaschi”, per intenderci. Quindi, non ero sicura se inserire in questa categoria le sviste che trovate qui sotto. Tuttavia, non avrei saputo dove infilarle altrimenti. Mi perdonerete la licenza poetica, spero!
Parole straniere
Le parole straniere, in un romanzo, si scrivono in corsivo, tranne quelle presenti nel vocabolario italiano: film, file, computer, smartphone, la sopraccitata zombie e molte altre. Questi termini non solo vanno scritti in stampatello, ma al plurale perdono la “s”. Non scriveremo quindi “Ron Howard ha girato tanti films” come in uno sketch (altra parola italianizzata) di Renzo Arbore, ma “tanti film”.
Cosa fare in caso di dubbio? La risposta è così semplice che nessuno ci pensa mai: aprite un dizionario, anche online se volete, e verificate se la parola è presente. In tal caso, dovrete trattarla come qualunque altro termine italiano, senza corsivo e senza “s” al plurale. Facile, no?
Versi, risate, sospiri
Antonio rise di gusto: “ahahahahahahaha!”
“Ahhhhhhhhrgh!” urlò Maria.
Filippo scosse la testa e sospirò: “ahhhhhhh”.
“Mmmmmh”. Antonio era dubbioso.
Io penso che l’autore debba avere maggior fiducia nelle proprie capacità comunicative e provare a evocare il suono di una risata senza riprodurla in modo grossolano. Non siamo né in una chat né in una sit-com degli anni ottanta. Stesso discorso vale per le parole allungate: “Che figoooooooo”. Una sola vocale rende il concetto, senza alcun bisogno di ricorrere a stratagemmi adolescenziali.
Gli avverbi in “mente”
“La strada verso l’inferno è lastricata di avverbi”, diceva Stephen King. Confermo. E quelli che finiscono in “mente” sono i più insidiosi. Vengono utilizzati perché fanno comodo, ma non hanno una reale utilità. La maggior parte delle volte non aggiungono alcun valore alla frase. Ogni tanto, addirittura la penalizzano. Quindi, vi consiglio un esercizio: quando revisionate il vostro romanzo, provate a cercare con il “trova” tutti gli avverbi in “mente”. Nella maggior parte dei casi, vi accorgerete che essi non aggiungono nulla di nuovo al significato della frase. In altri casi, possono essere sostituiti da termini più sofisticati, o da perifrasi che arricchiscono l’eloquio: quando si rendono conto di ciò, molti autori si divertono a scatenare la fantasia e si rendono conto di quanto sia ricco il vocabolario italiano. Solo nell’1% dei casi l’avverbio è assolutamente indispensabile (visto?). In tal caso, può essere lasciato.
3 – ERRORI NELL’USO DELLA PUNTEGGIATURA
La punteggiatura, poiché ha il compito di definire le pause del discorso, detta il ritmo del discorso e può rendere la narrazione più concitata o più lenta. Quindi, è importante saperla utilizzare al meglio. Per imparare, può essere utile leggere le frasi ad alta voce e vedere dove vi viene naturale inserire le pause. Un altro consiglio: ricordate che esiste anche il punto e virgola!
Abuso di punti esclamativi
Questo errore ricorre soprattutto nei dialoghi. Forse molti autori si illudono di dare maggior enfasi alla battuta, se la trasformano in un’esclamazione. Però, questo segno di interpunzione ha degli scopi ben precisi, viene utilizzato per veicolare un’emozione di sorpresa, una forte sensazione, un’emozione intensa. Spesso, è utile anche quando un personaggio grida (a proposito: evitate il maiuscolo, che non siamo in chat…). Tuttavia, poiché un romanzo dovrebbe assomigliare alla vita vera, e la vita vera non è sempre così adrenalinica, nella maggior parte dei casi il punto esclamativo non è necessario. Al contrario, è molto adolescenziale e dà alla narrazione un sapore un po’ frivolo.
Punteggiatura multipla
“Davvero?!” domandò Mario.
L’accostamento di un punto esclamativo e un punto interrogativo è molto frequente, l’ho trovato anche in romanzi pubblicati da case editrici tradizionali. L’autore crede, con questo stratagemma, di poter riprodurre un tono che sia al contempo interrogativo e sorpreso. Tuttavia, per evitare inutili ridondanze, suggerisco sempre di utilizzare la punteggiatura associata all’emozione dominante:
“Davvero?” domandò Mario.
Se volete, potete aggiungere “dubbioso”, ma non è importante. Già così, si capisce che la notizia era inaspettata per il personaggio. Non è necessario aggiungere altro.
Dello stesso tenore, è l’abitudine di associare più segni d’interpunzione:
“Non ci posso credere!!!!!!!!!” Evidenziò Aldo, il compagno di Giovanni e Giacomo.
La mamma, irruppe nella stanza: “Cosa stai facendo?????”
Anche in questo caso, si crede erroneamente di aumentare l’impatto comunicativo della frase. In realtà, un solo segno d’interpunzione è sufficiente a trasmettere l’emozione che desiderate veicolare.
I puntini di sospensione
Come nel caso del punto esclamativo, anche i puntini sospensivi a volte vengono buttati nel testo come il parmigiano sulla pasta, come se il loro utilizzo fosse prerogativa di ogni personaggio.
In realtà, vanno usati solo in tre casi:
1) quando un discorso viene interrotto;
2) quando implicitamente si chiede al lettore di comprendere il sottinteso;
3) per indicare un omissis in una citazione.
E, poiché tre è il numero perfetto, tre devono essere i puntini: non due, non dieci…
4 – ERRORI EDITORIALI
So che di solito per errore tipografico si intende il classico refuso, l’errore di distrazione o di battitura, ma questa mi sembra la categoria più adatta per contestualizzare la mancata conoscenza delle norme editoriali di base. Ci sono autori che non le considerano importanti ma secondo me sono una prerogativa fondamentale per scrivere un libro. Il motivo, l’ho già spiegato in passato, al quarto punto di questo post, e probabilmente in una decina di altri articoli…
Utilizzo degli spazi
Sembra una banalità, ma c’è molta confusione sull’argomento, quindi sarò sintetica.
Lo spazio si usa:
- tra una parola e l’altra;
- dopo un segno di interpunzione.
Di conseguenza, lo spazio non si usa:
- tra parola e segno di interpunzione;
- tra l’apostrofo e la parola che segue (es: l’ape);
- dopo le parentesi e le virgolette di apertura;
- prima delle parentesi e delle virgolette di chiusura;
- tra le iniziali dei nomi propri (es: J.K. Rowling)
- dopo i punti delle sigle (C.I.G.L.)
Stampatevi questo breve memo, e attaccatelo sulla parete: vi potrà servire.
Scrittura dei numeri
Mi capita molto spesso di trovare i numeri scritti in cifre nei romanzi che edito. Invece, vanno scritti in lettere: arrivo alle dieci, l’ho conosciuto dieci anni fa, ho dieci paia di scarpe.
I numeri possono essere scritti in cifre solo nei seguenti casi:
- date precise (es: sono nata il 19 ottobre del 1981);
- unità di misura (es: peso 55 chili);
- indicazioni orarie complesse (es: ora sono le 16:46)
- numeri con più di quattro cifre (es: 10503).
Queste sono le regole di base.
Esistono anche diverse particolarità, ma ve ne parlerò un’altra volta.
Scrittura delle virgolette
Molte persone non sanno come inserire le caporali (virgolette basse: «») quindi utilizzano i simboli di minore e maggiore: << >>. Questi, non solo sono antiestetici, ma non hanno alcun significato, perché non sono segni d’interpunzione, bensì simboli matematici.
Se volete inserire le caporali, dovete andare su “simboli” e cercarle. La prima volta potrebbe volerci un po’ di tempo, ma una volta utilizzate rimarranno in bella vista. In alternativa, si può personalizzare la tastiera in modo che vengano associate a un comando rapido.
Conclusa questa carrellata, vi domando:








Articolo di eccezione precisione. Ho ritrovato tutte quelle osservazioni che avrei fatto anch’io…
Ps: Solo un piccolo commento. Quando parli della “punteggiatura multipla” scrivi come frase corretta la seguente:
“Davvero?” domandò Mario.
Giustissima, io però non l’avrei usata perché non ha senso usare il verbo domandare dopo un punto interrogativo. So che molti lo usano ma è una ripetizione perché che si tratti di una domanda è già evidente tra le virgolette. Lo stesso è usare il verbo urlare dopo un punto esclamativo. Potrebbe comunque essere lo spunto per un altro articolo… In ogni caso complimenti.
Marcello Risicato
Io lo vedo come un rafforzativo.
Tu quali dialogue tags utilizzi?
Grazie per l’apprezzamento e per il confronto!