Come nasce un racconto?
Michelangelo Buonarroti sosteneva che l’opera d’arte fosse già presente all’interno del blocco di marmo, e che lui non dovesse fare altro se non liberarla. Per la scrittura, vale lo stesso principio. Una trama non nasce dal nulla. Ogni racconto, ogni romanzo, è già scritto nel nostro cuore. Tutto ciò che dobbiamo fare, è lasciarlo uscire. Come? Creando una relazione pura con il mondo. Diventando testimoni non giudicanti. Aprendoci alla libera associazione di idee. Lasciandoci ispirare. Ma, soprattutto, creando una connessione vincente tra realtà oggettiva e realtà soggettiva.
Vi faccio un esempio di come nasce un racconto
Vivo a Sanremo, sul versante est di una collina, in un quartiere residenziale a cinque minuti dal centro. in fondo alla strada, c’è la piazza del mercato, che consente di raggiungere la città vecchia, la Pigna.
Qualche giorno fa, mentre aprivo la finestra del mio studio per lasciar entrare un po’ d’aria fresca, sono stata attratta da una chiazza di colore che si intravedeva oltre il capannone del mercato, oltre la Torre Saracena, su una delle tante scalinate che consentono l’accesso alla Pigna e si arrampicano verso la Madonna della Costa, il santuario più importante della città. C’era qualcosa di attraente, in quell’immagine, anche se non riuscivo a individuarne il soggetto. Dopo aver inveito contro la mia miopia, ho inforcato gli occhiali, e i contorni sono diventati un po’ più nitidi. Si trattava di due persone abbracciate sotto un ombrello, incuranti della pioggia che frammentava l’aria.
La ragazza indossava quello che sembrava un abito rosso, con sopra un indumento bianco, forse una giacca, forse un cardigan. In realtà, avrebbe potuto indossare anche una gonna e una camicia a manica lunga, ma noi esseri umani siamo abituati a filtrare la realtà in base a ciò che siamo, a ciò che abbiamo. Poche ore prima, indossavo un vestito dello stesso colore. Rosso. Quindi, è stato per me automatico immaginare la fidanzatina abbigliata nello stesso modo. Anche se, in fondo, il capo di vestiario non è importante. Tutto ciò che conta è che il suo colore spiccava in mezzo al grigio. Altrimenti, non l’avrei notato.
E che dire dell’uomo che era con lei? Una specie di palla rosata mi ha fatto pensare che fosse calvo. Ed era alto, molto alto. Così tanto da costringere la ragazza in punta di piedi. Due innamorati come tanti, quindi, in una zona della città nemmeno troppo poetica. Ma la poesia era in loro. L’inclinazione delle teste, faceva capire che si stavano guardando negli occhi. E che si stavano dicendo qualcosa. Forse parlavano d’amore. Forse, della spesa da fare. Oppure, dei programmi per la serata. Chi lo sa. Avrei voluto conoscere la loro storia. Perché è questa la prima domanda che uno scrittore si pone: chissà come sono finiti lì, su una scala dissestata, in una giornata piovosa, quasi autunnale. Ma, siccome non avevo la risposta, ho lasciato da parte le mie proiezioni (l’abito rosso) e l’ho inventata.
Un racconto nasce quando lo scrittore riesce a staccarsi da se stesso.
Non credo che quelle due persone fossero adolescenti in libera uscita. Un ragazzino, in linea di massima, ha i capelli. E l’abbigliamento di lui, sebbene la distanza mi impedisse una visione chiara, sembrava piuttosto adulto. Una camicia blu, un paio di pantaloni a gamba dritta. Anche la ragazza era un po’ troppo elegante, per avere quindici anni. La gonna rossa (credo di non avere dubbi: era una gonna) la camicia bianca A quell’età, si sa, sono tutte sneakers e jeans strappati. Avrebbero potuto essere trentenni; trentenni un po’ vintage. O quarantenni, addirittura. E qui si pone un altro quesito. Per quale ragione due persone pressappoco della mia età devono imboscarsi su una scalinata per amoreggiare? Non ce l’hanno una casa? Potrebbero vivere ancora con i genitori, considerando i tempi che corrono, il precariato e tutte quelle menate lì. Oppure potrebbero vivere in due appartamenti diversi, ciascuno occupato dal legittimo coniuge. Ma no. Due amanti clandestini non si farebbero mai vedere in pieno giorno, nel centro di Sanremo. Potrebbero essere turisti, forse. Si sa che, in questo periodo, la città ne è piena. Una coppia in luna di miele, per esempio. Due vecchi amici tra i quali è esplosa una passione improvvisa. Due fidanzati che vivono un rapporto di vecchia data ormai agli sgoccioli, e hanno improvvisato una vacanza per riuscire a salvare il rapporto. E ci sono riusciti. Forse. Perché chi lo dice, in realtà, che quei due si amassero davvero? Magari si baciavano per abitudine, perché la circostanza lo richiedeva, come se stessero ingollando una medicina. Recitavano un ruolo, ecco. Lei sognava di essere con un altro. E lui, una volta tornato in hotel, avrebbe telefonato all’amante…
Un racconto è sintesi
Le ipotesi descritte sopra sono solo alcune delle tante possibilità a nostra disposizione. Da un’immagine come questa possono dipanarsi centinaia, anzi, migliaia di racconti. E queste due persone possono dare vita a così tanti personaggi da poter ripopolare l’intero pianeta. Si può cercare di elaborare tutte le trame possibili. Ci si può impegnare al massimo per trovare quella migliore. Ma migliore per chi? Migliore perché? Per il mercato? Per il lettore? Oppure, semplicemente, per noi? Sì, per noi. Una storia facile da raccontare, perché ne condividiamo i presupposti e i valori.
Il filosofo tedesco Hegel descriveva la realtà come un meccanismo di tesi, antitesi e sintesi. Questo principio, secondo me, vale anche per la scrittura. Nella creazione di un racconto, la tesi è la proiezione della nostra realtà individuale: nel mio caso, un automatismo mentale mi ha portata a pensare che la ragazza indossasse un abito rosso, simile al mio. L’antitesi è il distacco, la ricerca di una coerenza interna ed esterna, la definizione di figure narrative che sono altro rispetto a noi. Ma il racconto che scriveremo sarà una perfetta sintesi tra istanze soggettive e oggettive.
Non siamo mai completamente separati da ciò che scriviamo, anche quando il nostro racconto è pura invenzione. Per narrare situazioni che non abbiamo mai vissuto, dobbiamo immedesimarci, instaurare una connessione tra individualità e universalità. Quando le vicende e i personaggi sono inventati, ma le emozioni reali, avviene la fusione, la sintesi di cui parlavo poco fa. Vi faccio un esempio. Qualche anno fa, decisi che il protagonista del mio “romanzo dittatore” avrebbe dovuto trascorrere una notte in carcere. Io non ho mai vissuto questa esperienza, grazie a Dio. Però mi sono trovata rinchiusa dentro altre prigioni, prigioni emotive. Quindi, ho usato le mie emozioni soggettive per descrivere un’esperienza a me assolutamente sconosciuto. Da questa sintesi, è venuta fuori una scena piuttosto facile da scrivere, ma che funziona bene. Anzi, vi dirò di più: a distanza di tempo, credo di aver fatto arrestare il mio personaggio proprio per esorcizzare il senso di abbandono, di ingiustizia, di solitudine che ormai da anni mi portavo appresso, e che mi impediva di essere me stessa al 100%. Perché la scrittura non è solo un lavoro, è catarsi. È lo strumento che abbiamo a disposizione per trovare le nostre verità, guardarle in faccia, e affidarle al mondo.
Per concludere: ho intenzione di scrivere un racconto ispirato ai due innamorati sulla scala?
Non lo so. La sintesi non è ancora avvenuta. Ancora oscillo tra oggettivo e soggettivo. Lascerò decantare la mia idea e, se con il passare del tempo si ostinerà a non lasciarmi in pace, tirerò qualche riga fuori dal mio cilindro. È inutile spendere ore a cercare una trama vincente. Quello è solo un esercizio mentale. Se una storia esiste, verrà fuori da sola, ed eserciterà su di me una sorta di richiamo, la cosiddetta ispirazione: non una trance mistica, ma la capacità di essere nello stesso tempo presenti a noi stessi, consapevoli delle nostre emozioni, e calati in un universo parallelo, figlio della nostra più anarchica immaginazione.








I miei racconti – parlo di racconti brevi – nascono quasi tutti da un’idea, che di norma è un colpo di scena, un “what if” o comunque qualcosa di contrastante, attorno a cui poi il racconto si costruisce quasi da solo. Più di rado, nascono da una sensazione o da un’emozione: alcuni di questi sono anche quelli che mi riescono meglio – per quanto in altri casi non siano soddisfacenti. In ogni caso, un qualche lato emotivo ci deve essere in ogni mio racconto, sia anche uno di quelli comici: senza, semplicemente il racconto non esiste 🙂 .
Anche io comunque penso che la scrittura sia assimilabile alla scultura. Anche, per esempio, come metodo di lavoro: per esempio, so che Michelangelo (ma probabilmente è un metodo comune a quasi tutti gli scultori) usava uno scalpello per martellare il blocco fino ad avere una figura abbozzata, e poi lavorava con strumenti di lavoro più fini per terminare la scultura. Per la scrittura uguale: con la prima stesura martelli forte e non ti fermi dietro ai dettagli, che poi saranno curati con il più fino lavoro di revisione. E, oltre a questo, concordo col fatto che le storie sono già dentro di noi, e che devono solo uscire ^_^ .
L’approccio dell’artista (scrittore compreso) è completamente diverso da quello di chi svolge un altro tipo di lavoro. Noi abbiamo la tendenza ad andare dal generale al particolare. Altri, invece, raggiungono lo step seguendo tappe predefinite e, in un certo senso, più convenzionali. Ed è anche per questo, forse, che a volte abbiamo un po’ di difficoltà ad adattarci. 🙂
Di solito i miei racconti non nascono solo dalla fantasia. Ma non ho nemmeno la presunzione di dire che siano esclusiva e pedissequa rappresentazione del reale.
Mi rifaccio di norma alle vicende dei romanzi o dei racconti che vado leggendo, come una sorta di riscrittura che scaturisce dall’ispirazione che le cose che leggo fanno nascere in me.
Oppure nascono dalle fantasie, in questo caso sì, dai film che mi faccio con le persone con cui mi capita di avere a che fare nello svolgimento delle azioni quotidiane, soprattutto se donne. Mi ispirano di più.
Poi, se agiscono in me fattori oggettivi o soggettivi, oppure se inconsciamente in me avviene una sintesi fra vari elementi paragonabili anche alla lontana ad una tesi e ad una antitesi, a dire il vero non saprei dirlo.
Ciao Antonio, benvenuto su questo blog.
Interessante il fatto di ispirarsi a libri e film.
Come attenui il rischio di non personalizzare abbastanza? 🙂
Il rischio, quando si trae spunto da prodotti già noti, è quello di non essere abbastanza originali.
Un saluto
Lo spunto iniziale dei miei racconti è sempre un dettaglio che mi colpisce (la visita a una tenda lappone, il ragazzo visto su un traghetto) e fa nascere in me una domanda. Come doveva essere vivere qui tre secoli fa? Così giovane e già padre, non deve essere facile… Ecco: se la domanda nasce, la storia parte; se non nasce, posso essere colpita, ma il dettaglio non diventa uno spunto su cui lavorare.