La scrittura ai tempi del coronavirus
I primi mesi dell’anno sono stati molto produttivi per quel che riguarda il mio lavoro. Non solo ho editato due romanzi, di cui uno piuttosto corposo, ma ho anche incominciato a scriverne uno, appartenente a un genere con il quale non mi ero mai cimentata, ma che mi ha sempre affascinato: quello del realismo esoterico. Se a tutto questo si aggiungono alcuni problemi personali da risolvere e quel che rimane della mia vita privata, è facile capire perché non sia riuscita ad aggiornare il blog con tanta frequenza. Torno soltanto ora, per ragioni facilmente comprensibili: ho deciso di rimanere a casa per tutelare la salute mia, della mia famiglia e di chiunque mi circondi. E, contrariamente al sentimento di ancestrale paura che percepisco intorno a me, sto vivendo tutto questo con sostanziale serenità.
La parola serenità racchiude in sé un significato molto più profondo di quello che il senso comune le attribuisce. Molti la confondono con la superficialità, pensano che ansia e sofferenza siano indicatori di impegno e partecipazione emotiva. Io invece, dopo anni di yoga, meditazione e letture zen, ho imparato a non oppormi a ciò che non posso cambiare. Quindi, cerco di rimanere nel flusso e di trarre insegnamento da ogni situazione. Forse, rinunciando a nutrire le fila della disinformazione e l’energia del panico, non salverò il mondo dall’apocalisse, ma potrò aiutare gli altri con lucidità ed empatia.
Questo modo di pensare ovviamente non implica una totale assenza di timore. Io, come tutti, sono preoccupata per i miei cari. Non tanto con mio padre, che si è trasferito in un paesino dell’entroterra, ma per mia mamma e mio zio, rispettivamente di 68 e 63 anni, titolari di una farmacia. Non possono chiudere, e non vogliono lasciare l’attività in mano dei dottori più giovani. Però sono adulti e consapevoli, in grado di prendere tutte le precauzioni del caso. Non posso obbligarli. Non posso litigarci. Posso solo osservarli dall’esterno, offrendo il mio sostegno in caso di bisogno, e cercare di stare tranquilla.
Una persona agitata, in questo momento, non è utile a nessuno.
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L’IMPATTO DEL CORONAVIRUS SULLE NOSTRE VITE
La situazione che oggi stiamo vivendo è senza precedenti, ed è per questo che molti non sanno come affrontarla. Sono lì che scalpitano, vittime sacrificali dei propri attaccamenti. All’improvviso si rendono conto di quanto resistenti siano le loro sovrastrutture. Credono di non poter vivere senza l’aperitivo, senza muoversi lavorare, senza le loro routine tanto alienanti quanto rassicuranti. Ma ciò che ci viene chiesto oggi è il coraggio di uscire dalla nostra zona confort, di rinunciare a tutto ciò che non ci serve e chiuderci dentro un guscio che, se non viene vissuto come una privazione, può rivelarci bellissime sorprese. Perché in questo guscio ci siamo noi, senza filtri. E ci sono anche gli altri. Non possiamo toccarli, ma possiamo vederli. E leggere ciò che scrivono. E ascoltare la loro opinione. E capire, in base alle loro reazioni, chi siano davvero, al di fuori di ogni ruolo e di ogni aspettativa, perché nulla ci smaschera più della paura.
Non voglio ora comportarmi come quella conduttrice televisiva che qualche mese fa disse “il cancro è un dono”, perché quelle parole furono fraintese a tal punto che qualche leone da tastiera gioì per la sua morte. Ma io credo di aver compreso ciò che volesse dire in realtà. Pur ritenendo infatti che il Coronavirus sia una delle piaghe peggiori che l’Italia abbia mai vissuto, desidero trovare nella clausura forzata un’occasione di crescita. Del resto questo virus esiste e dobbiamo farci i conti. Non serve scalpitare, stringere i pugni, frignare e trovare arzigogolate soluzioni per arginare le nuove regole imposte dal governo. Possiamo domandarci, però, in che modo questa situazione di crisi possa trasformarsi per noi in un’occasione di evoluzione personale, e possiamo usare il tempo che trascorreremo tra le mura domestiche non solo per aiutare chi sta vivendo un momento di difficoltà ma anche per trovare un contatto profondo con la nostra anima e scandagliare quelle zone d’ombra che, distratti com’eravamo dalle routine e dalle nostre convinzioni limitanti, non siamo ancora riusciti ad illuminare fino in fondo. Osservando i nostri pensieri e le nostre reazioni emotive, abbiamo infatti la possibilità comprendere quali sono le nostre reali priorità e tornare alla vita di ogni giorno con una vagonata di consapevolezza in più.
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LA MIA CONSAPEVOLEZZA
Sono a casa da ieri pomeriggio. Tra una meditazione guidata e l’altra, ho cercato di calmare la mia mente e di lasciare che le idee emergessero da sole. Così, ho deciso di fondare l’iniziativa #incasaconunlibro, che potete trovare in evidenza sulla mia pagina Facebook e mi sono profusa in attività domestiche all’apparenza inutili, ma che nel loro piccolo mi hanno consentito di far spazio dentro me e hanno permesso a emozioni, sensazioni e pensieri di mostrarsi senza che li andassi a cercare. E ora, mentre scrivo, mi rendo conto di aver già focalizzato alcuni degli errori compiuti negli ultimi mesi, quando credevo di avere davanti a me tutto il tempo del mondo per dipanare matasse e bonificare la palude della mia mente- Sebbene stessi attraversando un periodo non facile, in molte situazioni ho rinunciato a esprimere ciò che provavo, nella speranza che i problemi si rivolvessero da soli. Ho sbagliato, perché adesso le parole mi fanno prudere la gola. Ma del resto ciascuno di noi, quando cerca di comunicare con qualcuno e trova un muro, ha l’istinto protettivo di tenersi tutto dentro. Sente (o forse si convince) che dall’altra parte non ci sarà una reazione positiva, quindi si blocca. Si illude che lasciare tutto com’è sia la decisione migliore, finché non si rende conto di avere una voragine dentro, di essere tagliato in due tra ciò che c’è, e ciò che vorrebbe.
Notate bene, però, che io non sono una persona rinunciataria. Sono molto determinata in alcuni settori della vita, un po’ più titubante in altri, in quelli che mi hanno visto soffrire molto. Come tutti, cerco di proteggermi dal dolore che il passato mi ha scaricato addosso. Eppure, in questi giorni in cui ogni questione è rimandata a data da destinarsi, alcune domande continuano a ronzarmi in testa. Cosa avrei fatto negli ultimi mesi se avessi avuto la certezza che tutto sarebbe andato bene? A quali valori avrei dato importanza? Cosa avrei detto se avessi potuto contare su un riscontro positivo? Quali romanzi, articoli, lettere o email avrei scritto? Chi avrei invitato a prendere un caffè? Chi avrei abbracciato, senza paura di essere spinta via? E chi, invece, avrei allontanato dalla mia vita perché stufa di assorbire la sua negatività?
Stamattina ho provato a scrivere le risposte. Quando tutto ritornerà alla normalità, ripartirò da lì. Non so cosa accadrà, ma so che il mio atteggiamento sarà diverso, perché è molto meglio sbattere una porta con forza (o farcela sbattere in faccia) che lasciarla socchiusa e domandarsi continuamente cosa sarebbe stato, cosa sarebbe potuto accadere, cosa … cosa… cosa… e se… e se… e se. Me ne rendo conto adesso. Sì, proprio adesso, che cerco di tenere a bada l’inevitabile sensazione di deprivazione, e di trasformarla in un’occasione per purificare la mia vita da tutto ciò che è malsano. La luna calante, che ci farà compagnia fino alla fine del mese, offre un grande aiuto in questo, perché le sue energie agevolano i processi di purificazione. E la scrittura ci può ulteriormente aiutare a vedere tutto con maggior chiarezza.
IL VALORE CATARTICO DELLA SCRITTURA
Vi pongo due domande.
Quanti di voi hanno mai provato a scrivere senza uno scopo?
Quanti di voi hanno mai usato la scrittura come uno strumento di auto-analisi?
Forse questo è il momento giusto per farlo.
Ricordate l’esercizio #imieiprimipensieri, che caldeggiavo ai tempi di Appunti a Margine?
Ho deciso di riproporvelo, nel caso in cui non sappiate come passare il tempo in casa. Questo esercizio farà bene sia alla vostra scrittura, sia alla vostra psiche.
Per evitare inutili riassunti sullo scopo di questo esercizio, vi rimando al post originale, che trovate qui . Per sintetizzare, invece, le regole (infrangibilissime) da seguire sono queste:
1 – Fissare un limite di tempo o di parole (di solito si parte con 15 minuti o 500 parole);
2 – Impegnarsi a scrivere ciò che si desidera senza rileggersi e senza cancellare;
3 – Non fermarsi nemmeno se ciò che emerge ci destabilizza;
4 – Rinunciare a giudicarsi.
A cosa serve questo esercizio?
Da un punto di vista della scrittura, a liberare la mente da tutti i preconcetti che impediscono alla creatività di esprimersi. Molti scrittori da me seguiti, che svolgono questo esercizio regolarmente, sono infatti migliorati tantissimo nel giro di pochi mesi, perché hanno imparato a separare le fasi e a rimanere nel flusso senza che convinzioni limitanti e altre paturnie interferissero con il loro lavoro.
Dal punto di vista psicologico ed evolutivo, invece, questo esercizio è utile perché aiuta a focalizzare i propri pensieri senza giudizio e concede un accesso privilegiato alle proprie verità interiori. Molto spesso, infatti, osserviamo noi stessi e la nostra vita attraverso delle lenti colorate, che ci rimandano un’immagine non corrispondente alla realtà. Essere nudi davanti alla pagina bianca ci aiuta invece a rimanere focalizzati sul presente, a lasciar emergere ciò che sentiamo, al di là dei vincoli di una mente giudicante e bacchettona.
Una volta terminata la sessione di scrittura potremo decidere di condividere con altri o tenere per noi quanto emerso. C’è massima libertà in questo. Nessuno ci giudica. Nessuno ci mette il voto. Tutto ciò che conta è provare a scoprire qualcosa di nuovo sul nostro mondo interiore, qualcosa che potremmo poi utilizzare per diventare esseri umani più evoluti, e più felici.







